“Loving Vincent”: tra arte e storia la fine “in giallo” di Van Gogh

 

 

Sessantamila tele dipinte a mano da un team di specialisti “in Van Gogh” (125), capaci di trasportare lo spettatore nel cuore dell’arte del genio olandese. Quest’uomo fragile, sofferente psichicamente, talentuoso a insaputa del mondo e di sé stesso (in vita vendette una sola copia dei più di ottocento quadri dipinti!) sarebbe diventato, dopo la tragica morte per apparente suicidio, il padre della pittura moderna. Il film originalissimo di Dorota Kobiela e Hugh Welchman  – nelle sale dal 16 ottobre per soli tre giorni – si intitola “Loving Vincent”, come il pittore  terminò la lettera, realmente esistente (ovviamente scritta in olandese), da cui parte la storia del film . Vincitore del Premio del Pubblico al Festival d’Annecy, “Loving Vincent” parte dall’affermazione dello stesso Van Gogh: “Non possiamo che parlare con i nostri dipinti”. E proprio da essi, da quei colori accesi e da quelle linee liquide parte la stopria di questo lungometraggio, che è poi la storia che spiega gli ultimi anni di vita del genio.

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Un anno di lavoro del Painting Design Team per riplasmare e mettere in movimento alcuni dei quadri più celebri di Van Gogh: la storia parte nel 1891 da Arles per poi spostarsi a Parigi e, infine, nel villaggio di  Auvers-sur-Oise dove il pittore olandese si era trasferito alla ricerca di serenità. Il giovane e  disilluso Armand Roulin (cui presta il volto l’attore Douglas Booth), riceve dal padre, il postino Joseph Roulin (Chris O’Dowd), un compito fastidioso: consegnare a Theo  Van Gogh una lettera del fratello Vincent, il pittore conosciuto per la sua follia e per essersi volontariamente mozzato un orecchio prima di farla finita.   A Parigi Theo è introvabile, quindi Armand si trova costretto a seguire una pista investigativa che, giorno dopo giorno, lo cambierà. Le tracce portano Armand nel tranquillo villaggio di Auvers-sur-Oise,  presso il medico Paul Gachet, colui che frequentò Vincent e lo accudì sul letto di morte. Nel villaggio il giovane conoscerà  Ravoux e sua figlia Adeline (Eleanor Tomlinson), nella cui locanda Van Gogh soggiornò le ultime dieci settimane della sua esistenza. Indizio dopo indizio, Armand scopre che, forse, dietro l’improvvisa e imprevedibile morte del pittore si nasconde un atroce segreto.

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Lo spettatore addentro all’opera di Van Gogh riconoscerà, trasferite in movimento o come fondali, alcuni dei capolavori del genio olandese, da Caffè di notte a Campo di grano con volo di corvi, da Notte stellata ad alcuni celebri ritratti e autoritratti. Chiaramente, l’operazione è emotiva più che artisticamente impeccabile: il tratto e le linee di Van Gogh già contengono una potenza di movimento che non richiederebbe l’animazione, basterebbe, forse, un semplice scorrere della macchina da presa su tavole articolate in varie scene. Un procedimento, però, certo più ostico per uno spettatore che, di contro, da questo curioso “noir” coloratissimo può attingere a rivelazioni e particolari di un personaggio e di un artista così affascinante e puro.

Loving Vincent
Regia: Dorota Kobiela, Hugh Welchman
Cast:  Douglas Booth, Josh Burdett, Holly Earl
Distribuzione: Nexo Digital/Adler Entertainment
Uscita nelle sale:  16, 17 e 18  ottobre
Voto: 8/10

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