“The Place”: c’è poca sostanza nel “Luogo” di Paolo Genovese

Un gruppo di “perfetti sconosciuti” si accomoda al tavolino di una tavola calda, di fronte a un uomo: nulla si sa di costui, o perlomeno non lo sappiamo noi spettatori, mentre chi partecipa alla storia ne sa poco di più. L’uomo possiede una voluminosa agenda, fitta di appunti, e da quella agenda spuntano “soluzioni esistenziali” per i suoi clienti. Ma esse prevedono delle “prove”, e queste non sono mai facili. A volte sono dolorose, spesso sono addirittura criminali. Non c’è nulla nel volto dell’uomo misterioso che aspetta al tavolino: né malvagità, né trasporto, sicuramente non vi è una qualche forma di etica.  Nei clienti che cercano di risolvere i propri problemi ci sono ombre certo più inquietanti. “Se in Perfetti sconosciuti ho raccontato  esseri umani che non conoscono realmente le personeche vivono accanto a loro, in The Place ho puntato l’attenzione su personaggi che sanno poco di sé stessi”, spiega il regista Paolo Genovese, il cui ultimo film approda nelle sale dal 9 novembre.

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Ispirandosi al serial tv americano “The Booth at the End” di Christopher Kubasick, Paolo Genovese confeziona un dramma che, nelle sue intenzioni, dovrebbe stupire lo spettatore. In una location claustrofobica, impostando la totalità del film su primi piani e su campi e controcampi, il regista romano volutamente spiega poco a livello di trama, e addirittura nulla dei dettagli di una situazione fortemente irrealistica. Confida nel fatto che le storie dietro i personaggi e l’efficacia dei dialoghi possano oliare un meccanismo che, invece, si rivela ripetitivo, e dunque noioso. I cui ingranaggi – per l’appunto le storie e le facce che le popolano – sono superficiali, appena tratteggiati. Il cast – con al centro  il “risolutore” Valerio Mastandrea e la cameriera del bar Sabrina Ferilli, qualche volta disposta a chiacchierare con lui a fine giornata – si rivela di ottima qualità, basti pensare a Rocco Papaleo, Marco Giallini, Alba Rohrwacher, Vinicio Marchioni, Alessandro Borghi e, un poco più deboli in questo caso, Silvia D’Amico, Vittoria Puccini, Giulia Lazzarini e un “redivivo” Silvio Muccino. C’è chi vuole incontrare la modella da poster preferita e deve salvare una bambina, chi per salvare la vita del figlio malato terminale deve reprimere a sua volta una vita, chi per ritrovare l’amore del marito deve sfasciare sentimentalmente un’altra coppia, in una carrellata di situazioni estreme che accadono solo attraverso le parole. Perché da quel bar e da quel tavolino non ci si muove.

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Con ben altra scrittura  – la sceneggiatura è firmata dallo stesso Genovese con Isabella Aguilar –  e con qualche attenzione in più “The Place” avrebbe potuto essere un film migliore. Ad esempio, nell’uso della musica: nonostante quanto detto dall’autore Maurizio Filardo (“Abbiamo scelto una via emotiva e interiore, inserendo qualche tensione solo dove fosse veramente indispensabile […] Essendo un film di dialogo era necessario non invadere troppo il territorio”), i commenti musicali sono indiscreti e soprattutto ruffiani nei momenti di pathos, in questo molto mediamente “italiani”, azzoppati cioè dalla classica retorica che ci contraddistingue culturalmente. Enfatizzare i passaggi che si giudicano importanti è, più o meno, trattare da ritardato lo spettatore. Per di più, anche le musiche non originali scelte per il film non hanno il potere di prenderci in benefico contropiede.  “The Place” era tra i titoli italiani più attesi della stagione: la missione è, a nostro avviso, fallita.

The Place
Regia: Paolo Genovese
Cast:  Valerio Mastandrea, Sabina Ferilli, Rocco Papaleo
Distribuzione: Medusa Film
Uscita nelle sale:  9 novembre
Voto: 4,5/10

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