‘Il nome della Rosa’, un colossal a teatro

 

Il nome della rosaEpico? Colossal? Difficile trovare un termine che racchiuda tutte le sfumature della prima trasposizione teatrale del capolavoro di Umberto Eco, adattato da Stefano Mussini per la regia di Leo Muscato.

Pubblicato nel 1980 e già approdato nel 1986 al grande schermo, con protagonista un ispirato Sean Connery, ‘Il nome della Rosa’ ha in sé tanto il giallo dal sapore gotico quanto l’amore per i rimandi colti, letterari e classici.

L’orbita spazio-temporale entro cui si dipana la vicenda è l’Italia del 1300, l’oscura età medievale in cui il concetto di giustizia aveva confini labili e i suoi controllori erano gli stessi che perpetravano il male, governata dagli sgherri dell’Inquisizione, scossa dai conflitti tra Papato e Impero. Qui muove la storia di Guglielmo da Baskerville (  ), monaco francescano con un passato da inquisitore, chiamato dall’abate di un’abbazia benedettina sperduta tra i monti a far luce su una serie di delitti misteriosi.

Quella di Muscato è una regia, un portamento scenico, altamente scenografico, con elementi – costumi, tempi, cambi di scena, musiche, stacchi ecc. – che attingono dal cinema, senza tuttavia cercare un’aderenza al film originale.

il_nome_della_rosa-Con mirabile maestria, le luci (Alessandro Verazzi) descrivono luoghi e atmosfere calandoli ora nell’ombra ora nel fioco lume affumicato delle candele. Una fumosa bruma sembra incombere e ovattare gli ambienti in cui gli oggetti mutano forme e colori. Le scenografie (Margherita Palli) sono austere, solenne, da colossal, appunto, costituite per lo più da elementi architettonici su cui via via si posano texture o immagini proiettate che richiamano a loro volta ambienti, colori e impressioni dei luoghi dove i personaggi in quel momento stanno agendo. L’impatto è travolgente. La scenografa, spesso con il semplice accenno di una superficie che si ripete su tutti gli elementi della scena, trascina lo spettatore in arcane e sinistre ambientazioni, lasciando a lui e alla sua immaginazione il compito di definirle e completarle nella propria testa.

Un’ottima prova attoriale corale. Gli attori (13 in scena) sono adeguati ai ruoli interpretati e incarnano al meglio il tipo di recitazione scelto dal regista, che si attesta sul lirismo, la grandezza, l’austerità, l’imponenza e la maestosità.
La poesia visuale e musicale, le voci solide e tonanti, i toni lirici, i corpi pieni e strutturati, i chiaroscuri profondi completano il quadro e costituiscono la cifra dello spettacolo.

Se è vero che la durata – quasi tre ore – può rendere difficile la fruizione dello spettacolo, alcune trovate umoristiche disseminate qua e là aiutano a tenere desta l’attenzione e alleggeriscono lo spettacolo, senza però mai sfociare in episodi estranei al contesto o all’atmosfera in cerca della facile risata.
‘Il nome della Rosa’, in scena al Teatro Franco Parenti dal 2 al 12 novembre, è uno spettacolo imponente che coniuga teatro e cinema, offrendo la profondità e l’immediatezza del palcoscenico unite alle atmosfere del grande schermo.

Francesco Montonati

 

IL NOME DELLA ROSA
di Umberto Eco
versione teatrale di Stefano Massini
con (in o.a.) Eugenio Allegri, Giovanni Anzaldo,
Giulio Baraldi, Luigi Diberti, Marco Gobetti, Luca Lazzareschi, Bob Marchese, Daniele Marmi,
Mauro Parrinello, Alfonso Postiglione,
Arianna Primavera, Franco Ravera, Marco Zannoni
regia Leo Muscato
scene Margherita Palli
costumi Silvia Aymonino
luci Alessandro Verazzi
musiche Daniele D’Angelo
video Fabio Massimo Iaquone, Luca Attilii

 

 

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