Ambra Angiolini al Teatro Manzoni in “La guerra dei Roses”, sulle macerie di un matrimonio alla ricerca della propria realizzazione

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“Guarda cos’hai rischiato. Meno male che non è successo.”
Così Ambra Angiolini a Francesco Renga, suo ex-compagno, che era andato a vederla alla prima rappresentazione dello spettacolo. Ce lo racconta lei, ironizzando sul nocciolo del testo. Un conflitto fatale, una separazione distruttiva, all’ultimo sangue.

Tratto dal romanzo di Warren Adler, la guerra dei Roses diventa pièce teatrale, in scena Ambra è Barbara Rose affiancata da un agguerritissimo Matteo Cremon nei panni del marito Jonathan.
La donna, dopo 18 anni di matrimonio, realizza di aver bisogno di dare una svolta. Lo fa presente al marito e da lì è un susseguirsi di dispetti e capricci, uno contro l’altra, un’escalation vertiginosa verso l’autodistruzione.

P71108-140814_1(1)(1)“Nelle crisi di coppia”, spiega Ambra, “malgrado il disagio sia avvertito da entrambi gli elementi che la costituiscono, è sempre uno dei due, prima dell’altro, a svegliarsi e a decidere di affrontare la situazione. Uno dei due si accomoda su una quotidianità comoda anche se imperfetta mentre l’altro desidera risolvere. In questo caso è Barbara che, stanca di essere un’appendice del marito, decide di creare qualcosa di suo, di ritrovare se stessa. Tutto parte dal pensiero,” continua Ambra, “dal proposito adesso lo distruggo. Non ti voglio più per ritrovare me stessa. La solita storia. Ma la bellezza di Barbara è che mentre lo dice non è arrabbiata: è sorpresa. Lo dice con inconsapevole ingenuità: mentre glielo dice, se ne rende conto”.

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Dall’altra parte c’è un avvocato di successo – bel lavoro, bella casa, bella moglie – un marito che appoggia il proprio essere sulle proprie sicurezze, sulle certezze quotidiane, su routine collaudate alla perfezione. Quando qualcosa vacilla, è il terreno sotto di lui a vacillare, la sua esistenza stessa. Sua moglie è parte di lui, in quanto lo completa, ne completa l’immagine pubblica, lo sostiene strada facendo, e capisce dentro di lui di non volerla perdere. Da qui nasce il proposito di non dargliela vinta.

Ci spiega il personaggio Jonathan il suo interprete Matteo Cremon: “È un uomo puro in quanto vive il bene e il male in maniera assoluta. Se ho portato una mia attitudine regalandola a questo personaggio è la schiettezza, la purezza con cui vive le proprie emozioni. Io, di mio, sarei molto mite, non mi piace litigare, vado d’accordo con tutti. Sono per il rispetto più totale verso il prossimo. E credo che questo personaggio sia in qualche modo l’opposto in quanto scatena proprio il peggio di ciò che nell’uomo è insito, cioè l’odio, il rancore, la difficoltà a comprendere i bisogni del prossimo. Sono sentimenti che nella vita non vorrei mai avere e forse li provo ma non li esprimo. Ma qui sì, però. In questo spettacolo sì. La più grande difficoltà a interpretare Jonathan è stata forse la comprensione di questo sentimento. Indagare una zona oscura e inesplorata dell’animo umano e trovare la misura giusta per esprimerla è stata la più grande difficoltà.”
E senza l’aiuto del film.
Non ho visto il film. Non lo vedo da moltissimo tempo e non ho voluto rivederlo in funzione dello spettacolo. Questo mi ha aiutato a rendere il personaggio più mio. Aspetterò la fine della tournée per guardarlo. È un po’ come portare lo stesso spettacolo ogni sera in una piazza diversa. Ogni sera lo spettacolo ha una sua identità, racconti sempre storie diverse perché queste prendono vita anche grazie al pubblico di quella specifica sera;  ogni volta cambia tutto e tutto si modifica. Questa della ‘Guerra dei Roses’ è per me una nuova esperienza che mi ha regalato una nuova storia e ho voluto apportare al personaggio di Jonathan Rose l’originalità che potevo offrire come persona, senza avere riferimenti visti su altri attori.”

La scenografia (Laura Benzi) è ben curata e si evolve attorno ai personaggi a misura che questi si allontanano l’uno dall’altra e cresce il loro odio reciproco. Pulsa e vive con loro, la loro grande e invidiatissima casa, l’elemento entro cui ruota la vicenda, si sviluppa e impazzisce. La grande villa, fastosa, ricca, simbolo della loro riuscita come individui sociali e come coppia. Ma ora che non lo sono più, una coppia  – di venderla neanche a parlarne – nessuno dei due vuole cederla all’altro.
E iniziano i conflitti. La follia.

“Non cercava una motivazione alla follia.”
DSC_1332“È un testo pieno di rabbia”, racconta Ambra, “di desiderio di dominare l’altro. Ma questa follia è qualcosa di profondo, di insano, qualcosa che non sempre può essere spiegato e il nostro regista Filippo Dini non ha preteso di farlo, di giustificare i gesti dei personaggi o rassicurare gli animi del pubblico con una motivazione. Ci ha spinti anzi all’eccesso e ha reso magnifico il lavoro in sala prove e sul palco”.
Follia rabbiosa, quindi, come istinto primordiale, che germoglia e cresce in loro, ed esplode alla fine in un conflitto estenuante e mortale. Una follia nella quale ciascuno di noi può trovare un intimo afflato, un colore sfumato, comune alla propria vita, nel quale perdersi, nel quale immedesimarsi. La commedia è gradevole, scorre fluida, e il suo tratto caratteristico è il sorriso dietro alle imperfezioni, nonostante tutto, dietro alle violenze, ai dolori, alle sofferenze emotive. Si ride e si riflette nelle pieghe più oscure dell’animo umano.

Francesco Montonati

LA GUERRA DEI ROSES
Teatro Manzoni dal 9 al 26 novembre 2017
AMBRA ANGIOLINI MATTEO CREMON
di Warren Adler
con Massimo Cagnina e Emanuela Guaiana
Regia FILIPPO DINI
Scenografie Laura Benzi
Costumi Alessandro Lai
Luci Pasquale Mari
Musiche Arturo Annecchino

 

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