“My Generation”: quando i cockney si presero il centro del mondo…

 

Certo, c’era anche New York. Poi, ci sarebbe stata la California. Ma per buona parte del mondo, figuriamoci per noi da questa parte dell’oceano, il centro del mondo dei cosiddetti “favolosi anni Sessanta” era Londra. Londra, e il Regno Unito: per dire, Liverpool. Dall’Inghilterra veniva la musica (Beatles, Stones, Who, Donovan, Cream, Kinks e tanti altri), la moda (le minigonne di Mary Quant, il volto della modella Twiggy) e il primo cinema “ribelle” pronto a spettinare il rigido classismo e le regole fonetiche e sociali della buona borghesia che faceva da colonna portante nel cinema british. Ce lo spiega – con ironia e malcelato orgoglio – l’attore Michael Caine  in “My Generation” di David Batty, nelle sale dal 22 al 29 gennaio.

Documentario infarcito di immagini e filmati di repertorio di varia provenienza (non sempre inedita), “My Generation” cerca di raccontare la rivoluzione musicale e sociale e politica che nei Sixties cambiò il Regno Unito e l’Occidente. Dalle prime note rivoluzionarie dei Beatles all’estate hippy, alle proteste pacifiste contro la guerra in Vietnam fino al limite di quel Sessantotto che avrebbe fatto rumore nelle strade, Michael Caine sviluppa il concetto che il mondo dei cockney, dei proletari e dei provinciali, finalmente alzò la cresta. “Per la prima volta nella storia – spiega l’attore interprete di film come “Alfie” e “I lunghi giorni delle aquile”  – la giovane classe operaia si è battuta per se stessa e ha detto: siamo qui, questa è la nostra società e non ce ne andremo”. Non valevano più le esistenze preordinate: il talento, se presente, poteva cambiare la vita di un individuo. E dunque, se nascevi figlio di un panettiere (o di un guidatore di autobus, come George Harrison) non era detto che la legge delle classi ti avrebbe mantenuto nel medesimo recinto. Potevi diventare un Beatle. O un Michael Caine, attore, figlio di genitori poveri, con una pronuncia lontana dalla dizione “ufficiale” ma bravo, talmente bravo, e talmente determinato nel voler raccontare e interpretare il proprio mondo di estrazione da diventare una star.

Le aspirazioni di “My Generation”, però, sono le stesse che parzialmente affossano l’operazione. L’opera non annoia mai, per nessuno dei suoi 85 minuti di durata ma, pretendendo di commentare tutto un decennio, finisce per risultare superficiale. Gli accenni surclassano gli approfondimenti (“non rimaniamo su un soggetto per più di 90 secondi”, ammette il Direttore del montaggio Ben Hilton), le meravigliose canzoni della colonna sonora vengono solo “assaporate” e una sola di esse – la sublime “Strawberry Fields Forever” dei Beatles, anno 1967 – si guadagna l’intero sviluppo. Furono – gli Anni ’60 britannici – una forma pop di ciò che fu per l’Italia il Rinascimento: le giovani generazioni potranno farsi una minima idea di quel periodo attingendo a questo documentario, coloro che hanno vissuto quell’epoca potranno cullarsi nostalgicamente e in modo fugace nel ricordo di una stagione in cui tutto sembrava possibile. La Storia, bé, è un’altra cosa: è analisi scientifica, dei pro e dei contro. Nel “sospiro” lungo 85 minuti di David Batty c’è la nostalgia. Quella, e basta.

My Generation
Regia: David Batty
Cast:  Michael Caine, Paul McCartney, Mary Quant
Distribuzione: I Wonder Pictures
Uscita nelle sale: Dal 22 al 29 gennaio
Voto: 6,5/10

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