“Un sogno chiamato Florida”: tra Inferno e Disneyland

 

Il confine è labile, indistinto se osservato in modo distratto. Vaghe entità si muovono tra un mondo e l’altro, entrano in connessione visiva e fisica, ma tra loro nessuna reale conoscenza. Da una parte – in un inferno truccato da limbo – c’è l’anonimo e dignitoso (ma solo dall’esterno) Magic Castle, motel retto con puntigliosa calma da Bobby (Wilem Dafoe, Nomination Oscar per il ruolo); dall’altra c’è il Sogno Americano, nelle rotonde e colorate forme di Disneyworld.

La cornice di “Un sogno chiamato Florida” di Sean Baker – nelle sale dal 22 marzo – è dunque  Orlando, nello Stato e nello stato di un eterno sole, ininterrotta estate che inganna le apparenze e frustra le esistenze. Perlomeno qui, al motel di Bobby, dove vive – in una delle camere normalmente dedicate ai clienti in transito per Disneyworld – la giovanissima ragazza madre Halley (Bria Vinaite, una sorpresa) con una bimba pestifera di nome Moonee (Brooklyn Kimberly Prince, stupefacente per bravura). Paga minima, comprensione da parte del paterno Bobby che, per quel che può, chiude un occhio e, ogni tanto, fa trasferire la ragazza per una notte in un altro motel, per dribblare la legge americana che cerca di impedire di trasformare i motel in ostelli per i non abbienti: così scorre la vita di Halley, vendendo sottomarche di profumi ai turisti o agli abitanti dei vicini sobborghi rispettabili e, quando le cose vanno male, prostituendosi.

Halley è una perfetta esponente di quella “white trash”, la spazzatura bianca lasciata indietro dal Sogno Americano, quell’umanità disperata che, quando ha ancora qualcosa in mano, magari la scheda elettorale, corre a vendicarsi votando Trump e il suo “America First”. Non sarà facile per la giovane ragazza madre evitare le attenzioni dello Stato, che prima o poi calerà sulla scena nella forma di alcuni assistenti sociali. Tutto qui, solo apparentemente. Ma nel mondo portato sullo schermo da Sean Baker c’è un iper-realismo che strappa le viscere (e commuove: la scena finale lascia le cicatrici nello spettatore), una ricchezza di sfumature, di silenzi pregni, di espressività che il sorprendente cast (tutti non professionisti, a parte Dafoe!) assorbono con incredibile talento.

Il film di Baker – presentato con successo alla Quinzaine des Realisateurs e giudicato uno dei migliori film del 2017 – porta la memoria ad altri titoli in cui la cosiddetta “white trash” è ferocemente protagonista: volendo limitarci a due soli titoli analoghi, citiamo uno del passato – “Gummo” di Harmony Korine (1997) – e uno attualissimo, anche perché esce la prossima settimana in Italia: alludiamo a “Tonya” di Craig Gillespie, di cui vi parleremo presto.

Un sogno chiamato Florida
Regia: Sean Baker
Cast: Willem Dafoe, Bria Vinaite, Brooklynn Prince
Distribuzione: Cinema
Uscita nelle sale: 22 marzo
Voto: 9/10

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