Tommy Kuti? Un “Italiano vero”. Intervista al rapper di origini nigeriane: “Racconto ciò che vivo”

C’è una coscienza che lui stesso non ama indicare come “politica”, ma che ha il peso che si portano dietro le scelte importanti, quelle che marcano bene l’indole di chi ha deciso da che parte stare. Tommy Kuti (all’anagrafe Tolulope Olabode Kuti), rapper di origini nigeriane ma cresciuto in Italia sin da quando era bambino, ha fatto del suo disco d’esordio – “Italiano vero”, uscito su Universal – il racconto di “un viaggio all’interno del nostro Paese, reduce da anni di crisi economica e politica, da decenni di migrazioni”. Canta cioè “gli italiani di seconda generazione che spesso si sentono ignorati e non riconosciuti dalle istituzioni, nonostante non abbiano vissuto altre realtà se non quella dello Stivale”. Ne abbiamo parlato con lui.
Si presenti a chi ancora non la conosce: chi è Tommy Kuti?
Sono nato in Nigeria, ad Abeokuta, e sono venuto ad abitare in Italia quando avevo due anni. In Val Camonica per la precisione, prima di trasferirci a Castiglione delle Stiviere, un piccolo posto in provincia di Mantova. Ho frequentato le scuole lì, poi ho qualche esperienza all’estero per studiare all’università.
Dove è stato?
Sono stato sia in America sia in Inghilterra, tre anni per l’università e un anno di scambio quando ero più giovane, alle superiori. Ma la mia fortuna è quella di avere davvero tanti parenti in giro per il mondo, il che ha contribuito a connotare la mia crescita, che è stata certamente multiculturale.
Che facoltà ha frequentato all’università?
Scienze delle comunicazioni.
È servita in qualche modo per affinare ciò che sta facendo ora con la musica?
Sì, un po’ sì. Mi dicono sempre che bisogna sapere comunicare: con la musica, attraverso le interviste, nel modo in cui parlo e nel modo in cui scrivo. E su questo punto si sono già offerte diverse case editrici per propormi di scrivere dei libri.
E di che genere?
Sulla mia vita, sui ragazzi di seconda generazione… Però non abbiamo ancora detto di sì a nulla.
È tentato dunque di fare anche altro oltre la musica?
Ma sì, anche se poi per me in realtà non si tratta di “fare altro”. Per esempio, spesso poi vengo chiamato a tenere dei dibattiti nelle università, alla Bocconi o alla Cattolica a Milano.
Senta, invece, per quanto riguarda la musica: il suo disco è un vero e proprio concept sul senso di italianità, sull’affermare un’evidenza che in molti non riescono a mettere a fuoco. In “Forza Italia”, il brano di apertura, cita Salvini e i discorsi da bar sull’immigrazione…
Beh, questo perché Salvini riflette un po’ l’idea di ciò che purtroppo si respira per le strade in Italia, ha raccolto il dissenso popolare che c’è nel nostro Paese in questo momento storico.

Come ha vissuto queste settimane di campagna elettorale, che sotto certi aspetti è stata cruda e ha sfruttato in maniera quanto meno sgraziata il tema dell’immigrazione?
Devo dire che però, alla fine, mi sento piuttosto distaccato dalla politica in senso stretto, sono anche disilluso e non lascio che tocchi troppo la mia vita. Non vedo molti cambiamenti all’orizzonte e così provo a portare i cambiamenti attraverso la mia musica.
La sua musica però – almeno a giudicare da questo album – è in un certo senso marcatamente “politica”. O no?
Sì, ma in realtà affronto il tema in maniera distaccata. Parlo delle cose che vedo, di ciò che mi circonda. Il fatto è che credo che il mio disco non sia particolarmente politico, ma in questo momento storico in cui in molti hanno deciso di fare canzoni che parlano – che so – di codeina e di cose del genere, sembra incredibilmente impegnato a livello sociale. Ma se penso ad artisti come gli Assalti Frontali o gente che sta nel giro dei centri sociali… Ecco, quelli sono molto più incazzati e impegnati. Io non parlo di nemici, non faccio parte di un’associazione e non seguo un credo politico. Parlo semplicente della realtà nuda e cruda.
“Nel mio disco dico il cazzo che mi pare”, canta in “Il disco di Tommy”. Citazione di Fibra a parte, che significa per lei?
Vuol dire raccontare le cose che davvero vivi. Dico sempre ai miei colleghi rapper qui in Italia: “Fai tanto l’americano o il francese ma tuo nonno gioca a bocce e va al bar a bere il suo bianchino, tua mamma ti chiama a pranzo per mangiare un piatto col parmigiano”. Non siamo in Francia e nemmeno nel Bronx, ma nel contempo qui abbiamo tante cose che possono essere raccontate e di cui vale la pena interessarsi, piuttosto che inventarsi un immaginario lontano dal nostro.


“The Way I Am” è il pezzo forse più maturo dell’album. Qui canta una frase che recita: “Devo dare l’esempio”. Cosa vuol dire nel suo caso?
Non essendo un cliché, non essere cià che la società di aspetta da uno come me. L’taliano medio si aspetta che un ragazzo nero sia un criminale e che combini chissà cosa. Non certo che vada all’università e faccia della musica impegnata socialmente. Ma io mi rendo conto dell’opportunità che ho e della responsabilità che porto rispetto alla posizione che ricopro. Purtroppo in Italia non ci sono troppi esempi di persone straniere di cui si parla in termini che non siano di sbarchi o criminalità. Il mio obiettivo è anche quello di essere un esempio positivo.
“Hassan” ha uno stile narrativo. Racconta in terza persona e a differenza delle altre canzoni del disco parla di qualcun altro. Come si è trovato a non scrivere di se stesso?
Mi viene anche più semplice scrivere quando riesco ad applicare la mimesi e raccontare dal punto di vista di un’altra persona. Mi piace proprio l’idea di immedesimarmi, di trasformarmi, creare un nuovo diverso e parlare attraverso qualcun altro. È più complicato scrivere un pezzo come “The Way I Am”, per dire.

Qual è stato il pezzo che le ha dato più grattacapi, a livello di scrittura?
Direi l’intro “Forza Italia”, perché ogni singola barra e ogni singola parola serve al testo per svelare qualcosa in più riguardo me, la mia storia e l’Italia in questo momento. Ma per arrivare a quel livello di concentrazione ho eliminato molte parti. Così, ogni parola ha un peso e un significato concentrato.
Cosa è cambiato nel suo modo di fare musica dopo l’approdo alla Universal?
Poter lavorare con professionisti veri, i migliori del settore come Marco Zangirolami che ha mixato il disco. Ho poi avuto la possibilità di andare a Parigi e lavorare con Medellin e credo che questo mi abbia aiutato a crescere. Anche se paradossalmente questa crescita la troverete nel prossimo disco perché gran parte di queste canzoni che le stavo già lavorando prima della Universal.
Quindi c’è materiale già per un altro album?
Noi siamo sempre al lavoro, sempre. Per fare queste nove canzoni abbiamo prodotto molto materiale, in parte scartato, in parte che verrà rielaborato in futuro.
Quali aspettative ha rispetto a questo disco?
Cominciare a farmi conoscere in giro e suonare dal vivo sempre di più. Si stanno confermando sempre più date per questa estate, per cui ci saranno una serie di appuntamenti che magari, messi in fila, potrebbero diventare un tour vero e proprio.
Marco Castrovinci

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