“A Quiet Place”: un thriller “muto” che convince

 

L’attore, regista alle terze armi, John Krasinski sceglie un thriller spaventevole e distopico ambientato in un futuro dietro l’angolo per condividere, per la prima volta, il ruolo di protagonista con sua moglie Emily Blunt. La mossa ci sembra azzeccata: innanzitutto perché la consorte è un nome di sicuro appeal, in secondo luogo perché è brava, e in terzo luogo perché il prodotto funziona. Trattasi di horror ma, nonostante il genere sia spesso a rischio di banalità, questa volta i “topoi letterari”, sebbene non inediti, scorrono che è un piacere.

Con “A Quiet Place” – nelle sale dal 5 aprile – Krasinki preleva analogie da letteratura (non solo cinematografica) precedente, ma costruisce un’atmosfera di efficace attrazione. La realtà è molto simile a quella de “La strada” di Cormac McCarthy (declinato in forma di pellicola da John Hillcoat nel 2009), con la differenza che, in questo caso, il nucleo famigliare è quello tradizionale (ne “La strada” il legame era solo tra padre e figlio) e che al vagabondaggio si sostituisce la stanzialità. Gli Abbott, infatti, vivono in un’America rurale, si muovono solo per ragioni di sopravvivenza alimentare, e – questa la caratteristica evidente sin dalla prima scena ambientata in un supermercato di una cittadina disabitata – non parlano. Non sono muti, semplicemente non emettono suono di proposito: perché generare anche il minimo rumore provocherebbe la loro morte.

 

Perché? Perché – non si sa come, non si sa bene quando – una razza di terrificanti predatori alieni (molto simili al mostro di “Alien”) è calata sulla Terra. Questi esseri sono completamente ciechi, ma hanno un udito finissimo. Al minimo rumore, piombano sull’oggetto, preferibilmente la preda, che lo ha generato. Ovviamente, come vuole la cara vecchia regola letteraria del genere-sci-fi sottogenere “invasione aliena” (“L’invasione degli Ultracorpi”, “L’invasione dei mostri verdi” aliasi “Il giorno dei Trifidi”), questi mostri hanno un tallone d’Achille. Toccherà agli Abbott, parzialmente destinati alla decimazione, scoprire quale sia.

Quasi tutto qui, se non fosse che Emily Blunt porta nella storia una tensione e un carisma (la bellezza viene nell’occasione mimetizzata da una spartanità controproducente ma realistica) notevoli. E se non fosse che la suspense, molto superiore alla dose di violenza, si rivela un ottimo meccanismo in grado di tenere lo spettatore a schiena diritta sulla poltrona. Non serve dilungarsi sulle evidenti metafore della storia, come ad esempio la mostruosità predatrice aliena vista come “contrappasso dantesco” della futilità logorroica e la superficialità della comunicazione contemporanea. In un mondo che ha stuprato le parole, inondando la realtà di fake news e cazzeggio pop, il silenzio e l’uso dei gesti è la punizione suprema. Certo, “A Quiet Place” è per molti aspetti un film muto. Ma i suoi 90 minuti di durata e la costruzione dell’intreccio (con più di scena memorabile: per non fare eccessivo spoiler citiamo solo quella nel silo colmo di grano) non rendono indigeribile il tutto. Anzi.

A proposito del cast al fianco della Blunt: “papà” Krasinski galleggia con modesto onore, il piccolo Noah Jupe (già avvistato in “Wonder”) è chiamato sbandierare espressioni di terrore senza soluzione di continuità, mentre a conquistare attenzione è la 15enne Millicent Simmonds, realmente sorda: di lei si ricorda la partecipazione “Wonderstruck” di Todd Haynes.

A Quiet Place
Regia: John Krasinski
Cast: Emily Blunt, John Krasinski, Noah Jupe
Distribuzione: 20th Century Fox
Uscita nelle sale: 5 aprile
Voto: 7/10

 

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