“The Happy Prince”: il naufragio dell’ultimo Oscar Wilde

 

Un film di contrasti e di eccessi, e di eccessivi contrasti. Questo ci sembra “The Happy Prince” di Rupert Everett, nelle sale dal 12 aprile. Con questa pellicola sognata, inseguita e finalmente realizzata in prima persona (cosa inizialmente non prevista), l’attore britannico, esordiente regista, intende raccontare gli ultimi anni di vita di Oscar Wilde, scrittore, drammaturgo, esteta, opinionista, dandy simbolo del cosiddetto “wit”, dell’arguzia britannica, ma anche agnello sacrificale delle ipocrisie vittoriane. Perché come tutti sanno, Wilde finì in carcere, ai lavori forzati nel carcere di Reading (dalla cui esperienza nacque il suo capolavoro finale “De Profundis”) con l’accusa di “sodomia e grave indecenza”. Insomma per omosessualità.

L’entusiasmo di Everett, forse anche la sua passione personale per i contrasti, in qualche modo “ferisce” il film con una certa programmaticità teorica e con uno zelo sul tema affrontato (comprensibile, per il fatto che l’autore è omosessuale). Oscar Wilde – uno dei (tanti, tantissimi) grandi geni omosessuali della Storia – a buon diritto può essere considerato il primo “eroe” della battaglia per i diritti civili della comunità Lgbt. Da qui, però, a forzare l’accostamento “cristologico”, come ha palesemente fatto Everett, il passo ci sembra eccessivo.

 

 

Di questi tempi vi è il vezzo un po’ snob di accostare alcuni personaggi alla figura di Gesù. E dunque, dopo il Che Guevara definito “Cristo rosso”, ora tocca a Oscar Wilde “Cristo Lgbt”. Con la piccola differenza, ci si perdoni, che Gesù non sparava in testa ai nemici (o, visto che siamo in tema, incarcerava gli omosessuali) come faceva Ernesto Guevara sodale del tiranno Fidel Castro, né si lanciava in orge come faceva Wilde. E, per finire con un’altra battuta, dopo quaranta giorni di digiuno nel deserto Gesù resistette alle tentazioni del demonio mentre il buon Oscar sosteneva, con sublime aforisma, che “l’unico modo per resistere alle tentazioni è cedervi”.

Con “The Happy Prince”, Everett inserisce il contrasto già tra il titolo (quello della sua fiaba più commovente e struggente) e il naufragio degli ultimi anni di vita di Wilde il quale, uscito di galera, passa tre anni di dolore, umiliazioni e povertà tra Francia e Italia. Inseguito dai propri demoni e dalle proprie debolezze, fiaccato dalla malattia, cullato da sporadici e disperati tentativi di aiuto dei pochi amici (Peggie Turner e Robbie Ross, interpretati rispettivamente da Colin Firth e Edwin Thomas), consumato dai sensi di colpa per aver abbandonato e umiliato la moglie Constance (Emily Watson) e i suoi due figli, tormentato dalle altrettanto sporadiche visite del giovane viziato Alfred “Bosie” Douglas (Colin Morgan), l’amante che lo portò alla rovina e alla prigione (e che nel film è il protagonista dell’ennesimo contrasto con Robbie Ross, colui che avrebbe potuto essere l’amante altruista e devoto che Bosie non fu mai).

Rupert Everett è quasi perfetto nel ruolo di Oscar Wilde, i cui panni aveva già vestito in teatro nella piéce londinese “The Judas Kiss” (tanto che ne ha mantenuto lo stesso “make up” sul set): sono pochi e francamente accettabili i “gigionismi” attoriali che, trattandosi di un personaggio come Oscar Wilde, sono in qualche modo “filologici”. Il resto del cast è di assoluto valore ma a conquistare di “The Happy Prince” è l’ultimo, struggente contrasto da segnalare: quello tra il nitore della stupenda fiaba de “Il Principe Felice” e la prosaicità e lo squallore del naufragio esistenziale dell’ultimo Wilde, tra sesso prezzolato, assenzio, cocaina e debiti mai pagati.

Mal sviluppato, invece, è il lato cattolico di Oscar Wilde, evidente nelle sue fiabe così come nel suo capolavoro “De Profundis”, che qui viene lambito e posto sotto una luce, come dire, “svagata”. Al solito, il cinema rappresenta la religione (quasi sempre quella cattolica, ça va sans dire) con ironia o, peggio, sarcasmo: “The Happy Prince” lo fa anche attraverso la figura del prete che gli dà l’estrema unzione (interpretato da Tom Wilkinson). Il cinema è tradizionalmente incapace di rappresentare figure religiose cristiane in luce completamente positiva: il pudico compitino del politicamente corrretto (questo sì, veramente bigotto)  impone sempre che si mostrino le ipocrisie e gli squallori di certa vita religiosa, mai le sue nobiltà.

The Happy Prince
Regia: Rupert Evertt
Cast: Rupert Eeverett, Colin Firth, Emily Watson
Distribuzione: Vision Distribution
Uscita nelle sale: 12 aprile
Voto: 7/10

 

 

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