Irene Maggi, l’eleganza di una donna guerriera: esce Tank Girl, la nostra intervista

Nel disco di debutto di Irene Maggi c’è quello che lei stessa chiama “un dramma intimo e universale”. In altre parole – spiega la cantautrice milanese, uscita da poco con il suo album Tank Girl, qui si canta “la cronologia di una relazione impossibile”, che la musica “trasforma lentamente in consapevolezza”. Sei brani dal sapore confidenziale ma dal sound eterogeneo appoggiato su stilemi blues, electro, soul e altro ancora, registrati insieme a Francesco Sacco (chitarra, arrangiatore), Luca Pasquino (basso), Niccolò Bonavita (contrabbasso), Alex Canella (batteria).
Venerdì 4 maggio, alle ore 21, Irene Maggi suona all’Auditorium Demetrios Stratos di Milano (via Ollearo, 5 – ingresso gratuito senza prenotazione) per presentare l’album in diretta su Radio Popolare. Nel frattempo ci siamo fatti raccontare genesi e prospettive del disco.
È interessante il punto di partenza di Tank Girl. Ci racconta meglio?
All’inizio non avevo in mente di fare un disco. Conservavo una corrispondenza che era durata circa un anno di una storia a distanza e avevo molto materiale scritto. Rileggendolo ho notato che c’erano delle cose che mi piacevano molto e una delle immagini che ricorrevano era quella, appunto, della Tank Girl. È da qui che sono partita, perché questa persona dopo il nostro primo incontro mi aveva scritto: “Mi sei piaciuta perché mi ricordi Tank Girl, l’eroina punk dei fumetti degli anni Ottanta”. Poi rileggendo tutto ho scoperto altri particolari che mi hanno colpito e ho provato a riscrivere le parti che mi piacevano di più. Pian piano ho capito che avrei potuto utilizzarle come base per dei testi di canzoni. Molte parti sono rimaste così, altre sono state modificate o spostate.
Dunque è stato anche un lavoro di assemblaggio e rifinitura?
Sì, e in questo processo l’immagine della Tank Girl è diventata da eroina punk, quale era inizialmente, a donna guerriera. Immagine che ho voluto riprodurre anche sulla copertina del disco, in una rivisitazione dell’originale, con un elemento di battaglia e di guerra – l’elmetto fritz, della seconda guerra mondiale usato fino agli anni Settanta – ma anche l’abito bianco da sposa, elemento femminile, delicato, elegante. Quella che ne esce è una Tank Girl talvolta un po’ fragile.
Questo espediente narrativo le è servito per lavorare su se stessa, in una sorta di riscoperta e analisi personale?
Sì, anche. Sia a livello personale sia musicale. Perché ero molto bloccata e arrivavo da un periodo di lavoro esclusivamente in duo – con Le Pinne, un gruppo particolare, di musica quasi satirica, molto vicino al cabaret, allegra, scanzonata – ed erano anni che non facevo qualcosa da sola. Mi ha aiutato a superare quello stallo e a darmi la spinta, il coraggio e la voglia di fare le cose da me, di mettermi in prima persona, rischiando e osando. È stato, in questo senso, anche un processo che mi ha aiutato.

L’inglese è legato all’origine della corrispondenza o era già una sua idea legare quella lingua al suo progetto?
In verità ho fatto anche dei tentativi di traduzione, perché può risultare difficile, per un pubblico italiano, appassionarsi a una storia raccontata non in italiano. Ma ho capito presto che era intraducibile. I testi sono nati così e nel disco si appoggiano bene alle molte influenze di musica elettronica, ma anche blues, rock, jazz.
A proposito di suoni, il disco è molto eterogeneo su questo. È stata una scelta ragionata o un aspetto che è emerso poi?
I brani sono legati alla storia, ma volevo che avessero una loro identità e che potessero vivere anche isolati dal contesto. Si possono ascoltare singolarmente e raccontano ognuno momenti della storia molto diversi. Si parte dall’incontro, che è un blues (Mr Agony), e poi si va avanti con pezzi legati a momenti più positivi. Anche per questo sono molto diversi tra loro.
Lei ha fatto, musicalmente, studi classici e in famiglia ha ascoltato spesso grandi nomi del jazz, del soul e dell’r’n’b. Quando si è smarcata da quel tipo di formazione e ha iniziato a percorrere una sua via personale?
Non ho smesso di ascoltare quei dischi, ma mi rendo conto che sono meno brava come cantante se mi cimento in quel genere di cose e quindi rielaboro il tutto a mio modo. Prendo degli spunti da lì, ma anche da musiche, diciamo, più commerciali.
Ed è un territorio di mezzo in cui sente di aver trovato la sua dimensione?
Sì, mi piace fare una cosa che sia un po’ ibrida, con delle basi jazz ma che si sviluppa in modi completamente diversi e inaspettati.

Come ha lavorato per questo disco?
Ho scritto oltre ai testi anche le melodie e le armonie, voce e piano. Il secondo step è stato portare tutto a Francesco Sacco, che li ha arrangiati totalmente.
Vi siete trovati sempre d’accordo sulle scelte da prendere?
Siamo molto amici e questa è sicuramente una cosa che mi ha avvantagiato. Mi sono fidata, perché sapevo che avrebbe capito ciò che volevo fare. Ed è stato così.
Lei è nata e cresciuta a Milano, che rapporto ha con la città?
Ho 32 anni e fino a qualche anno fa Milano mi piaceva molto di più, adesso per certe cose la trovo quasi un limite.
In che senso?
Trovo che ci sono sempre gli stessi luoghi, le stesse persone. Prima sentivo la città come qualcosa da scoprire, aprivano posti come il Magnolia, arrivavano nuovi festival e nuove band. Oggi mi piace ancora, e non andrei da nessun altra parte, ma non la vedo come una città così stimolante, o almeno non più.

A proposito di Magnolia, lì ha suonato di recente rileggendo alcuni brani di Lady Gaga. Ci racconta com’è nata l’idea? È una sua fan?
Avevo già fatto un live con i miei pezzi al Magnolia e mi hanno proposto di fare un concerto tributo a qualche cantante che mi piace, in una serata pensata tutta al femminile con Verano e Joan Thiele, che presentava il disco. E così è venuta in mente Lady Gaga.
Non è facile da cantare però, almeno in alcune delle sue canzoni…
Alcune no, ho fatto quelle che erano più vicine alla mia estensione.
E all’Auditorium Demetrios Stratos?
Farò il disco, con la band: batteria, contrabbasso, piano, chitarra e voce, oltre alle sequenze elettroniche. Quaranta minuti di live più l’intervista per la trasmissione su Radio Popolare. Poi però nulla ci vieta di continuare a suonare e suonare.

Marco Castrovinci

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Pin It on Pinterest