Italo funk e divertimento, è suonata (ancora) l’ora dei Ridillo. L’intervista

Il nuovo disco fuori da un paio di mesi e una promozione, come l’attività live e tutto ciò che sta attorno alla band, che non si è mai fermato, in un continuo giro di giostra che dal 1991 li tiene – con tutti gli alti e i bassi del caso – fissi sulla scena. I Ridillo passano da Milano per parlare dell’ultimo album, “Pronti, Funky, Via!”, e del nuovo singolo (Funkora) pronto per la rampa di lancio, dopo il viaggio simbolico e figurato raccontato nel pezzo d’apertura, “Pianeta Terra”. Abbiamo chiacchierato con Bengi (chitarra e voce) e Claudio Zanoni (tromba, chitarra e voce) su passato, presente e futuro prossimo dei Ridillo.

Siete tornati a Milano per promuovere “Pronti, Funky, Via!”, uscito già da qualche settimana. Come sta andando?

Bengi: Abbiamo legato l’uscita del disco ai quotidiani nelle edicole, accettando una sfida che a Modena, per esempio, è andata molto bene, ottenendo buoni risultati di vendita che probabilmente non si sarebbero realizzati nei negozi di dischi.

Siete sulla scena da oltre due decenni, che discograficamente è più di un’era geologica. Come vi siete ricalibrati nel tempo per essere ancora contemporanei come band?

Bengi: Noi non facciamo troppe strategie, per esempio, sulla parte social. Non vogliamo coinvolgere persone a cui non interessa il nostro mondo e raccogliere dei “Mi Piace” a random. Social o playlist di Spotify a parte, continuiamo a vendere ancora del buon disco fisico, tant’è che abbiamo stampato di questo album anche la versione in vinile.

Un disco che è un vero e proprio viaggio cosmico e funky…

Bengi: Ci siamo inventati questo viaggio cosmico perché siamo partiti dalla canzone “Pianeta Terra”, fondamentalemente un incontro con una aliena e metaforicamente con lo straniero come può esserlo il nostro vicino di casa. In questo caso abbiamo pensato di mettere questa idea anche nel live, facendolo diventare un viaggio spazio temporale. Andiamo a visitare il pianeta Venere con “L’invenzione della donna”, un viaggio nel tempo con “Torno in bianco e nero” e altre canzoni come “Ciao, ciao, ciao”. Portamo con noi il pubblico in questo viaggio: ad esempio quando facciamo “Mangio amore” diciamo che in questo viaggio abbiamo trovato miniere di acido ialuronico ed è per questo che ci vedono tutti così belli e giovani. Mentre la gente pensa: Ma no, ma quali belli e giovani… (ride).

Suonate funk da sempre, ma negli anni avete provato a dare al genere diverse sfumature. Qui quali sono i maggiori riferimenti?

Claudio Zanoni: Se prendiamo il riferimento più importante del genere, ovvero James Brown, dico che non siamo esattamente allineati, perché siamo anche italiani e sin dall’inizio ci siamo smarcati un po’ da questo aspetto. Basti pensare al nostro primo singolo (“Mondonuovo”) che era un pezzo reggae, per dire quanta aderenza avevamo già all’epoca al nostro progetto di funk italiano. Ci è sempre piaciuto tanto l’aspetto “Canzonissima”, le cose alla Battisti, l’attenzione per le melodie, i cori, quello che ci appartiene come italiani. Così abbiamo provato a innestare tutto questo su un genere che ci piaceva, proponendo un “mischione” che ha questa matrice funky e che ora, a forza di togliere elementi, emerge in maniera forse più netta nella sua essenza. Questo disco infatti è un po’ più funky rispetto agli altri, perché magari si è allegerito di certe cose e ne ha ritrovate altre. È cambiato un po’ il vestito, ma ciò che rimane salda è la nostra maniera di fare musica.

Bengi: Se sei una radio e stai passando un pezzo di Bruno Mars, forse questo ragionamento non lo fai. Nel nostro caso si ha sempre bisogno di avere un riferimento da rendere manifesto. Non so perché è così, ma so che è così. Prendi i Daft Punk e un pezzo come “Get Lucky” che aveva la chitarra di Nile Rodgers, e vedi che è proprio come la suoniamo noi. Questo succede forse perché l’Italia ha ancora bisogno di etichettare le cose.

Claudio Zanoni: È vero, qui abbiamo bisogno sempre di riferimenti, di essere legittimati da qualcuno più illustre di te, anche se è arrivato ieri. Mediaticamente forse siamo percepiti come una cosa passata, ma non è così.

Ed è una cosa che subite e sentite come un torto?

Bengi: Beh, un po’ dispiace. Ovvio che se le radio passassero i tuoi pezzi qualcosa forse sarebbe diverso. Appena vai al di là del confine, anche in Svizzera, non siamo né ci sentiamo – tra virgolette – di serie B. “Mangio amore” quando uscì fece molto successo, anche se a livello di produzione è tra le nostre peggiori. Non mi piace il suono del rullante per esempio, né il suono della mia chitarra. Ma la sua forza era nel messaggio pop, diretto, che è arrivato.

Sentite di aver raccolto meno di quanto avreste meritato?

(Ridono entrambi; ndr). Bengi: Mah, noi ci prendiamo anche in giro circa i nostri insuccessi, facciamo diventare un show anche il racconto di questi insuccessi ed è una cosa che al pubblico, dal vivo, piace molto.

Tutto dipende dalle aspettative che si hanno della propria dimensione, credo. Si può essere felici anche con i numeri piccoli, con il tuo pubblico?

Bengi: Questo riusciamo ad averlo ed è una cosa buona. Forse abbiamo superato il momento dell’ego, ci piace l’idea di aver fatto un disco nuovo di inediti che suoniamo per intero dal vivo, segno che è fatto di brani su cui contiamo e che non accantoniamo per fare solo i nostri successi. Non abbiamo più quella fame di una volta, forse è sbagliato, non so. Forse non sta più nella nostra indole.

Claudio Zanoni: Sì, si può essere felici anche con meno. Negli anni ci siamo costruiti una credibilità live, con qualche disco che ci ha esposto mediaticamente. Possiamo dire che è tutta farina del nostro sacco, merito di come ci siamo gestiti in tutto questo tempo.

Il nuovo singolo, “Funkora” uscirà tra un paio di settimane…

Bengi: Avremmo potuto far uscire un pezzo come “Algoritmo” che ha un testo molto attuale o la cover di “Stasera che sera”. Pensando a “Funkora” ricordo quando abbiamo suonato prima di James Brown nel 2003 come band supporter nei suoi live in Italia e la fortuna di averlo conosciuto e di avergli stretto la mano in camerino. E penso a come questa stretta di mano forse qualcosa ci ha lasciato, che so, una vibrazione. Questa canzone è nata, come base, sullo spirito di James Brown, senza orpelli. Il testo racconta di come, se tutto l’odio che viviamo oggi fosse convertito in energia pulita avremmo risolto uno dei grandi problemi della Terra. Parla anche d’amore e del soffrire d’amore. Come struttura fa parte di quel tipo di pezzi alla “Get Up (I Feel Like Being a) Sex Machine” che giocano sul botta e risposta, molto matematica.

La chiave è sempre ironica…

Claudio Zanoni: Leggerezza e ironia. Noi sappiamo farlo in questo modo, se vuoi approfondire il messaggio ci sono anche altre chiavi di lettura, se ti vuoi fermare alla superficie e divertirti a noi va bene lo stesso.

Tornerete presto dal vivo a Milano?

Claudio Zanoni: Solitamente in estate suoniamo allo Spirit de Milan e credo che ci sarà un’altra data anche a questo giro.

Marco Castrovinci

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Pin It on Pinterest