George Ezra a Milano: “Tornerò il 26 ottobre al Fabrique”

 

Ha scoperto Bob Dylan all’età di 16 anni, il primo disco di cui abbia memoria è “Graceland” di Paul Simon, e in tutto questo suo padre ha qualcosa a che fare. Ma c’è anche la sua indole, la predisposizione a scrivere canzoni fatte di suoni genuini e di testi che amano raccontare, a dare corpo alla firma personale di George Ezra. Venticinque anni di Hertford, inglese di volto e di animo, Ezra è un artista di successo da quando ha 19 anni, dai tempi di “Budapest” e di una scalata che lo ha fatto traballare (problemi di alcol), titubare, e poi prendere coscienza. Difatti, dopo quattro anni, eccolo con un nuovo album – “Staying At Tamara’s” (Sony) – meditato e, come rivela soddisfatto lui, “fatto con molta più calma del primo”. Tanto che – ammette il cantautore/popstar – “posso considerarlo il mio primo vero album”. Affermare ciò dopo che, già col primo, era schizzato al primo posto nelle classifiche UK, bè, è comunque qualcosa che fa pensare.

“Da giovane sai solo che vuoi il successo senza avere le idee chiare. Quando lo ottieni, hai brevi momenti di limpidezza in cui ti rendi conto: quando raggiungi il numero 1 in classifica, o scroscia un applauso sotto il palco dopo due brani iniziali in cui ti chiedi se quel che stai facendo va bene”. L’album recentemente uscito ha sfornato in questi giorni il secondo singolo, “Shotgun”, catapultato in vetta alle classifiche british dopo il successo di “Paradise”. George Ezra è passato da Milano per raccontarsi, e per annunciare che il 26 ottobre sarà al Fabrique di Milano: “La prima volta che venni qui ero solo con la mia chitarra – spiega il cantautore – Ora mi affiderò a una band di sette elementi, sarò molto più tranquillo”.

Detto da uno che è stato a cena da Elton John e che, al contempo, non smette di fare la vita che ha sempre fatto (“Non so se farò questo mestiere per sempre”, ribadisce) fa il suo effetto: “Quando sono in tournée mi porto sempre dietro un notebook, sul quale scrivo dtutto ciò che vedo e appunti sulle eprsone che incontro. Poi, quandomi metto a comporre alla chitarra, mi basta una parola chiave tratta da quegli appunti, o una semplice frase, per recuperare l’atmosfera vissuta”. Ora, il successo fa meno paura: “Ho capito come gestirlo – spiega Ezra – e poi ho capito anche che la massima soddisfazione è rendere il tuo pubblico felice: se sposti il tuo focus da te agli altri, tutto cambia. E come artista, sul palco, vivi i momenti migliori”.

Le fatiche della registrazione dell’album sono alle spalle, ma le buone regole sono chiare nella sua mente: “Quando si incide, mai ascoltare musica di altri– spiega Ezra – per non avere la tentazione di dire ‘ah, potrei fare così…’, il rischio di imitare c’è sempre”. E poi: “Il mercato del pop richiede la consapevolezza che la gente ascolta le tue canzoni in cerca di una buona melodia e di testi che sappiano evocare qualcosa, ci vuole il giusto mix. Anche se devo dire che nemmeno i miei migliori amici ascoltano con attenzione i miei testi…”. Da inglese, sulla Brexit è lapidario: “Mi dispiace solo una cosa: che molta gente non abbia votato con piena coscienza del problema. É stata più che altro uno schieramento emotivo”.

Ferruccio Gattuso

 

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