“Mary Shelley”: romanticismo e femminismo improbabili in un quasi-teen movie

 

 

 

P.B. Shelley e Lord Byron, due rockstar viziate, annoiate, dedite agli eccessi. Così appaiono i due “eroi” della poesia romantica inglese in “Mary Shelley – Un amore immortale” di Haifaa Al Mansour, nelle sale dal 29 agosto: personaggi egotici e superficiali, capaci con la penna ma incapaci di considerare realmente qualsiasi essere umano attorno a loro. Inoltre, radicali propugnatori dell’amore libero, in una società puritana del tutto avversa al mancato rispetto delle regole della rispettabilità sociale. A dare forma contenutistica ed estetica a questa storia che si atteggia a un improbabile anticonformismo è una regista saudita, la stessa autrice de “La bicicletta verde”. Il film che dovrebbe avere al centro la figura dell’autrice del romanzo “Frankenstein” si sviluppa secondo i tempi e i modi di un melò che per di più strizza l’occhio al genere teen movie. Come se “Twilight” si calasse, senza vampiri (o quasi: c’è di mezzo anche un libro dal titolo “Il Vampiro”), in piena epoca romantica nell’Inghilterra ottocentesca, dove i poeti calamitavano le attenzioni del mondo culturale e vivevano – pare, a quanto mostra questo film – come dividi dissoluti. Su Coleridge e la sua predilezione per l’oppio si sa molto, sul rapporto vorace con la vita degli artisti della lirica romantica, pure. Il sospetto è che la regista e autrice saudita calchi un poco la mano.

A fare da centro gravitazionale della storia c’è poi la famosa permanenza nella villa di Lord Byron a Ginevra (Villa Diodati), occasione nella quale un gruppo formato dai due giovani poeti, da Mary, dalla sorellastra Claire (che flirtava con Byron, qui interpretata da Bel Powley) e dal “noioso” John Polidori (Ben Hardy), decidono per scherzo di comporre ciascuno un racconto a tema orrorifico, in una tenzone letteraria che non andrà in scena ma spingerà comunque la Shelley a comporre il suo celeberrimo romanzo. La Al Mansouur dà una lettura femminista, decisamente ostile all’universo maschile (visto come mentitore e intellettualmente disonesto) mentre racconta delle difficoltà affrontate dalla Shelley (non ancora Shelley in verità bensì ancora Mary Wollstonecraft Godwin) per veder riconosciuta la paternità (ops, la maternità) del romanzo “Frankenstein”. Attorno al nucleo di questa vicenda cruciale per la storia della letteratura popolare, il film sparge stucchevoli quadretti amorosi, affidando all’imbarazzante Douglas Booth il ruolo di Percy Shelley e alla pur brava Elle Fanning quello di una Mary sempre pronta a distillare sospiri e patemi d’animo per il suo belloccio dal labbro umido. Al clamorosamente gigionesco Tom Sturridge spetta di dare riccioli e sgradevolezza a un Lord Byron sideralmente lontano dai suoi versi e dalle sue nobili passioni democratiche (morì in Grecia durante la Guerra d’Indipendenza di quel paese). Qui il poeta del “Don Juan” e delle “Stanzas” appare rappresentato solo attraverso le sue caratteristiche più sgradevoli.

Un film piatto, melenso, che non riesce a sviluppare in modo approfondito i suoi temi più importanti, indugiando colpevolmente sui tratti più superficiali di un ambiente elitario.

Ferruccio Gattuso

Mary Shelley – Un amore immortale
Regia: Haifaa Al Mansour
Cast: Elle Fanning, Douglas Booth, Tom Sturridge
Distribuzione: Notorious Pictures
Uscita nelle sale: 29 agosto
Voto: 2/10

 

 

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