Musica per non allineati. Ernia alza la posta, ecco 68: il nuovo disco. Appuntamento a Milano

Chi, svegliandosi stamattina, come prima cosa dopo la colazione ha cliccato sull’icona di Spotify per cercare qualche buona nuova uscita in questo primo venerdì di settembre, sicuramente è incappato nel nuovo disco di Ernia, copertina color tortora, grafica minimal-misteriosa-evocativa con occhio e bocca femminile e un numero: 68. Che, poi, è il titolo dell’album. E che, in più – lo si può dire – è un gran bel disco.

Ernia, si sa, nella scena è un non allineato, uno che ama fare le cose di testa sua e, come si dice, cantare fuori dal coro. E ciò è solo un bene. Perché il punto focale è proprio questo: il valore di questo lavoro, che ha all’interno tutto ciò che serve per accreditarlo come un album maturo, profondo quanto basta, superficiale e “cazzaro” quando serve, sta proprio nella sua impalcatura teorica. Che sarà sì spontanea, non troppo ragionata, ma guidata da un’estetica musicale onnivora e votata all’hip hip “conscious” d’Oltreoceano che fa da sola il disco (un faro: Kendrick Lamar, ripete Ernia più volte durante l’incontro con i giornalisti avvenuto alla Universal, l’etichetta che pubblica 68). Un lavoro su cui – dice lo stesso interessato – “era molto alta l’aspettativa”, perché è di fatto “il primo disco veramente importante della mia carriera, che potrebbe portare a grandi cambiamenti”.

Ernia ha una capacità di scrittura alta, che sa adattare bene agli umori e all’eterogeneità voluta delle basi su cui hanno messo mano Marz, Zef, e il giovane Luke Giordano, oltre a Shablo e Parix (in “Domani”). Basi che si accordano con l’idea che ha Ernia della sua musica, tra campioni jazz rielaborati e suoni che ricalcano parte del ventaglio black americano, riprese da club Duemila e classicismi hip hop. La direzione – anche se nella compilazione della tracklist dice di aver scelto in modo che le tracce si possano ascoltare sia dall’alto verso il basso sia al contrario – la si comprende subito con un pezzo-manifesto come l’iniziale “King QT”. Un gioco di parole e rimandi continuo, anche nelle atmosfere, manco a dirlo, alla Kendrick Lamar, “per me il massimo”, dice Ernia. “Il suo è rap consciuos che è cool, come può esserlo in Europa quello di uno come Damso. Kendrick è arrivato a tutti, è riuscito a vendere tante copie dicendo qualcosa anche con una musicalità non semplice. Sarebbe bello replicare questo schema anche nel nostro Paese”, sfatando magari quell’immagine di rapper impegnato “tipo studente fuori sede, che non si cura e a cui non piace lavarsi”, dice scherzando un po’.

 

Un dato questo, che lo mette in una posizione fuori fase rispetto alla scena, che negli ultimi tempi rincorre invece direzioni opposte, semplificando il più possibile messaggi e codici, e appiattendosi su un suono derivativo e sempre più incasellabile nel quadro trap. Un male, per Ernia, che pur stima gente come Sfera Ebbasta, “un numero uno”, dice. “Uno che tutti hanno copiato, che è egli stesso un trend e che per questo sarà l’unico a sopravvivere in futuro. Se io cado, invece, non lo farò perché cade il trend. Semmai cadrò a causa mia, perché magari non ho più nulla da dire. Lui comunque ha attirato l’attenzione sul genere, nonostante utilizzi un vocabolario ristretto. Ma ha avuto questo merito, ha attirato l’attenzione su tutti noi”.

Quanto al titolo, la metafora è presto spiegata: 68 esprime “il senso di appartenenza verso il proprio luogo. La 68 è il bus che porta da Bonolia a via Bergognone, che una volta era zona di case popolari, ora di show-room, Fuorisalone, a due passi dai Navigli. Ed è un po’ il mio percorso in quest’ultimo ultimo anno, in cui sono passato dall’essere emergente a giovane più considerato nell’ambiente rap. Vediamo se posso andare in centro o se sarò costretto a tornarmene a casa con la coda tra le gambe”, ride.

Il valore di questo slancio, dunque, dopo l’affermazione con lo scorso disco “Come uccidere un usignolo/67”, si avrà con i live che avverranno dopo il classico giro degli instore. Che per Ernia sarà ben fitto e che passerà da Milano il 7 settembre alle 18 al Mondandori Megastore e a Monza l’8 settembre alla Feltrinelli (ore 15).

“Non sono molto fan del rap con la band”, afferma nel descrivere come sarà strutturato il live. “Per me deve avere il dj dietro e davanti un grande one man show. Noi facciamo tutto questo per arrivare ai live”, aggiunge indicando la copertina del disco. “I giovani si preoccupano delle view ma il live è il nostro massimo. Se non arrivi live non esisti. Io fino a qui ho cercato di dare il meglio con i mezzi che avevamo, facendo molti concerti piccoli, nei club di provincia. Perché fa parte del gioco e devi arrivare ovunque”.

Ernia, dunque, si gioca molto con questo 68 e ne è consapevole: “Iniziare a scriverlo è stato pesante, poi gli ultimi tre mesi lo è stato molto meno”, confessa.

Nel disco ha poi voluto un solo featuring, con l’amico Tedua: “Era un featuring chiamato, io appassionato a questa cosa del rap da quando avevo 12 anni e passavo le mie giornate con lui, prima che si trasferisse a Genova. Lui viveva in affido, in una casa di fronte alla mia. Io prima abitavo in Lotto, poi mi sono trasferito a QT8. Poi lui è tornato da sua madre a Genova. Il freestyle per noi era il massimo. Qui nessun altro poteva esserci, anche se il pezzo è un  esercizio di stile, qualcosa che può colpire gli ascoltatori. Adesso il gioco è questo: fare il contrario di ciò che si aspetta”.

Così, mentre 68 “potrebbe essere la traccia più riuscita perché ha diversi spunti, non è una marchettata per passare in radio ma ha un giusto equilibrio, è ricercata e ha un normale, dritto, No pussy fa arrivare il messaggio. È un pezzo cazzaro ma che porta un messaggio politico che anche il ragazzino può ascoltare. Ci sono poi anche pezzi arroganti possono piacere a un quindicenne, ma in cui cerco di mettere sempre qualcosa dentro, o pezzi come Pazzo che è un riferimento a De André di Non al denaro non all’amore né al cielo. Sto cercando di continuare il lavoro dei miti con cui sono cresciuto, i Dogo, Noyz Narcos, ,Luchè. I nuovi di adesso si sono completamente distaccati, io sognavo di fare come loro”.

Marco Castrovinci

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