Brandi in scena con ‘Nato Postumo’: riflessioni di un postino, spettatore inerme della propria vita

Un postino 35enne – un po’ sfigato, ammettiamolo – si ritrova un giorno a pensare alla sua vita. Succede dopo un pugno, il pugno di una ragazza che si era portato a letto e aveva cacciato subito dopo. Il punto di svolta della sua vita, quello in cui inizia riflettere su cosa è stata, su cosa sarà e su cosa avrebbe potuto essere se per un attimo, in un momento qualunque, lui avesse provato a cacciare la testa fuori dal (sicuro ma non certo comodo) rifugio, a spostarne gli equilibri, i cardini, secondo i dettami del suo desiderio. Diversa. Si accorge che la sua esistenza sarebbe potuta anche essere diversa.
E da lì un susseguirsi di ricordi amari e incompiuti, dialoghi immaginari con amici e genitori, vivi o defunti, amanti impossibili, la colf indecifrabile e con l’interlocutore più severo e meno comprensivo di tutti: lui stesso. Ciò lo porterà a esaminare la sua vita a passare in esame le sue decisioni, poche e passive, e i rapporti che l’hanno forgiato per l’uomo che è.
Fino ad arrivare a un cambio, in un senso o nell’altro, a una reazione.

‘Nato postumo’, spettacolo in scena al Teatro Franco Parenti fino al 18 novembre, si avvale di una scenografia scarna, una stanza scura e polverosa, quella di Gino, il postino, in cui trovano spazio giusto le cose essenziali: un letto, una bicicletta, un tavolo, un frigo, un lavello e poco altro. E una pianta, sì, la tanto odiata pianta alla quale il protagonista sembra rivolgersi quando vuole imprecare contro se stesso. “Ti ho preso per farti morire”, le urla, “non so come tu faccia a rimanere vita, non ti darò mai da bere”. E la uccide, alla fine. Come sua madre tossica che si è suicidata lanciandosi dalla finestra. Il piccolo Gino, licenziato perché lento nel suo lavoro, “Il tuo collega fa il doppio di te, Gino, cerca di capire”. E lui: “sì, va bene, certo, lo capisco. Anche se lui va in motorino e io in bicicletta. Si va più piano in bicicletta.”
Il suo primitivo mezzo di locomozione, parcheggiato in casa, sul quale sembra svolgersi gran parte della sua vita, ci riporta alla mente la ruota del criceto che vi consuma sopra la vita senza muoversi di un millimetro, senza raggiungere alcun traguardo, alcuna soddisfazione. Alcun amore.
Il suo amore, la ragazza che ama da sempre, che ha occasione di baciare solo al funerale della propria madre, episodio che lo induce ad aspettare con risoluta e insana impazienza la morte del padre, solo per avere un’altra possibilità con lei.
Il padre, un uomo logorato dal vino, dal gioco, dai debiti. Un uomo per cui non ha mai provato compassione, solo forse imbarazzo, fastidio, odio.
La sua vita, quella di Gino, in cui non trova spazio la serenità ma vi si affaccia solo nella figura della colf che “ride sempre. E Io odo chi ride”. Non la capisce. Non capisce perché, ottenuto il permesso di soggiorno, quella donna sia contenta di poter pagare le tasse in Italia. Perché voglia diventare una pedina di quella società caotica e scura che non lo ha mai accettato, incapace di capirlo e di integrarlo. Come è successo al suo amico “Del Piero”, che ha finito per uscire di testa, lo scemo del villaggio, suo unico amico, confidente e fidato, ma cinico e spietato, consigliere. La figura del fool di scespiriana memoria. La verità del folle senza freni inibitori, senza filtri sociali.

Francesco Brandi, solo sul palco della piccola Sala Blu del Parenti, scrive e recita la sua creatura. Un’ora e mezza impegnativa, il monologo in scena è una delle prove da attore più estenuanti, nello spazio di una stanza, poi il pubblico che se allunga una mano può toccarlo, lo è ancora di più. Le luci sporche, fosche, come lo sono i nudi mobili che compongono la scenografia. L’essenza, ancora al minimo, l’attore vicino, che parla con il pubblico perché è in scena con lui e forse è parte dello spettacolo. Lo invita a riflettere sulla sua, di esistenza. A smuoverla. A reagire. Contattandolo, al termine dello spettacolo, anche con una lettera che deposita nelle mani degli spettatori della prima fila (meglio sarebbe stato che tutto il pubblico potesse averne una, poiché non abbiamo idea di cosa ci fosse scritto).

 

Francesco Montonati

 

uno spettacolo di e con Francesco Brandi
regista assistente Gabriele Gattini Bernabò
scene Alberto Accalai
luci Domenico Ferrari
costumi Simona Dondoni
sarta Caterina Airoldi
produzione Teatro Franco Parenti

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