“Sister act, il mio sogno diventa realtà”. Intervista al regista Dario Caldini

Nato a Piacenza e immerso nel mondo della musica dall’età di 4 anni, Dario Caldini si appresta oggi a realizzare un sogno da troppo tempo rimandato: portare in scena il leggendario musical “Sister Act”. Il regista, che dal 2008 segue anche come coreografo e attore protagonista la compagnia “I Viaggiattori” di Piacenza, ci parla dello spettacolo, delle difficoltà incontrate e del non sempre perfetto mondo del musical in Italia.

A te la parola per introdurci lo show.
Nasce da una mia idea perché è un tarlo che ho da molti anni. Una mia passione. Noi della compagnia Viaggiattori abbiamo finalmente ottenuto la licenza di Sister Act nella versione di Broadway del 2011, che è piaciuta tanto al pubblico e che tutti conoscono. Le canzoni del musical a teatro differiscono per numero e complessità da quelli del film, nel quale erano sì orecchiabili ma molto meno complesse come armonie. Il lavoro sulle voci è stato molto complesso ma è stata una bellissima sfida. Abbiamo fatto una data “zero” a Salsomaggiore Terme (PR) il 25 novembre, e saremo impegnati in gennaio a Milano (19 e 20, Teatro Nuovo) e a febbraio a Piacenza, (7 e 8, Teatro Politeama).

Il vostro spettacolo ha la licenza ufficiale Mti (Music Theatre International). Come funziona?
Chiunque voglia portare in scena lo spettacolo deve aspettare che la licenza si liberi. Nel nostro caso abbiamo dovuto aspettare che le varie produzioni italiane (Stage Entertainment e Woopy Goldberg, nel 2011, e dal 2015 Viola Produzioni e Compagnia della Rancia per il Teatro Brancaccio a Roma) liberassero la licenza, quando il Teatro Brancaccio ha finito il tour siamo subentrati noi. Dopo tanti no negli anni passati è arrivato per noi il momento del tanto agognato sì, e ora siamo pronti per andare in scena.

Il pubblico sembra gradire?
Siamo sold out sia a Milano sia a Piacenza, tanto che abbiamo dovuto aggiungere una data.

Anche se lì giocate in casa…
Questo è vero, la nostra compagnia è di Piacenza, ma parliamo sempre di una città di 100.000 abitanti, non è un risultato da poco.

No di certo. Parliamo del cast. Mettere insieme il cast di uno spettacolo corale e complesso come Sister Act non dev’essere stato semplice (e nemmeno veloce). Come è avvenuta la scelta, soprattutto dei principali ruoli?
In stile Compagnia della Rancia delle origini, c’è un organico di partenza, ci si riferisce per lo più alla propria Compagnia. Poi alcuni ruoli che richiedevano determinate specificità li abbiamo coperti con artisti ‘esterni’. I casting erano aperti a chiunque, ma davamo preferenza a chi risiedeva nel piacentino (più comodi per le prove). Se non abbiamo avuto difficoltà a trovare i personaggi secondari, molto più difficile è stato per la protagonista. Cercavamo una ragazza in gamba, con una personalità esplosiva e un carisma travolgente. Abbiamo tutti in mente la verve di Woopy Goldberg. Sono stato molto fortunato ad aver incontrato Gloria Enchill.

Com’è andata?
La conoscevo già perché me ne avevano parlato benissimo. Ha fatto molti gospel lavorando con grandi nomi e si è fatta notare in un mondo che è, come dire, parecchio competitivo. Mi hanno facilitato l’incontro con lei che si è dimostrata molto interessata al progetto. Si è rivelata molto affine, come carattere, alla protagonista, persino alla stessa Goldberg. È una bravissima cantante ma non avendo di fatto mai cantato in un musical doveva sistemare alcune cose. Ho dovuto definire parecchi dettagli ma le prove con lei sono state davvero semplici.

Per quanto riguarda il testo che utilizzate, quello di Franco Travaglio, si dice che tradurre sia un po’ tradire. A cosa avete rinunciato nella vostra trasposizione? Quali compromessi, se ce ne sono stati, avete dovuto accettare?
Il testo che abbiamo utilizzato è lo stesso usato anche dalla Stage Entertainment e dalla produzione del Brancaccio prima di noi. L’ho preso paro paro, perché trovo sia tra i migliori scritti. Franco traduce la maggior parte dei musical e questa traduzione è tra le sue più riuscite, non volevo cambiarla.

A quale aspetto dello spettacolo dovrebbe fare attenzione lo spettatore in particolar modo? Qualcosa su cui tu-voi avete lavorato con particolare cura, qualcosa a cui tieni in maniera particolare.
Il lavoro sulle voci, per esempio. Ci sono scene di notevole complessità in cui otto voci si sovrappongono su armonie articolate. La preparazione vocale è stata essenziale. Dobbiamo ringraziare la direttrice musicale Elisa Dal Corso per questo lavoro, lungo ma estremamente efficace. È riuscita a tirare fuori il meglio da ognuno del cast.
Un’altra cosa su cui abbiamo lavorato parecchio sono psicologia e carattere dei personaggi. Per molti del cast è stato un lavoro molto profondo e l’alchimia tra le personalità è fondamentale per il gruppo. Bisogna tenere presente che non sono individui a se stanti, ma che formano un gruppo di ragazze perdute unite dal coinvolgimento di Deloris quando entra in convento. È importante che l’amalgama non esista solo tra i personaggi ma anche tra gli artisti. Le ragazze hanno creato un gruppo loro, fuori dalla scena. Uscivano, andavano a cena insieme prima delle prove eccetera, e tutto questo è percepibile, funzionale alla riuscita dello spettacolo.

Rispetto alla prosa, quali consideri gli accorgimenti caratterizzanti l’allestimento di un musical?
Nella prosa ciò che dev’essere perfetto è lo scambio di battute, il gioco di dinamiche azione-reazione. Nel musical, oltre a questo, c’è una complessità infinita nella riproduzione delle canzoni. Nel mio spettacolo ho rispettato la versione originale di Broadway perché si tratta di canzoni favolose che devono essere cantate in movimento e so che in questa versione tutto è costruito ad arte, calcolato al bit. Altri, per esempio il Teatro Brancaccio, hanno usato coreografie completamente diverse, ma io mi sono attenuto all’originale: era perfetto così.

Parliamo di ricreare un immaginario da un testo che è stato prima film, poi musical negli Stati Uniti e, con il passare degli anni, è diventato una vera e propria leggenda.
Non è stato facile. Il film è stampato nella memoria dello spettatore e quando si accorge che Sister Act non sono le tre canzoni che ha sentito nel film può rimanerci male. La difficoltà sta nel riuscire nonostante questo a convincerlo attraverso una grande resa, un irresistibile crescendo che lo coinvolga e lo soddisfi a tal punto da uscire da teatro contento di esserci stato. Negli Usa stanno preparando un reboot per il cinema comprensivo anche di tutte le canzoni del musical teatrale.

Com’è lavorare senza basi ma con una vera band sul palco (scelta ampiamente apprezzabile)?
È certo un’ulteriore complicazione. I musicisti sono persone abituate a provare per conto loro, nella loro sala privata, che si trovano poi a dover seguire tutta la messa in scena. E durante lo spettacolo sono loro a scandirne i tempi.

C’è un direttore musicale all’interno della band?
Il batterista, che dà i tempi alla band, e poi Paola Gandolfi, la direttrice del coro. Noi lavoriamo con un coro “statico”, invisibile al pubblico perché dietro le quinte, a supporto della scena.

Ancora una volta per favorire la musica dal vivo rispetto alle basi, perfette magari, ma tanto, tanto fredde.
Esatto, siamo contro l’aiutino registrato. Noi facciamo tutto dal vivo e ci tengo a rimarcarlo.

È molto bello. Una scelta coraggiosa. Frutto del tuo amore per questo musical che traspare da ogni scelta. Ogni accorgimento, nella tua messa in scena, evidenzia il rispetto che nutri nei suoi confronti.
Spero che si percepisca. La passione per questo titolo è più grande rispetto ad altri che ho diretto in passato. L’emozione è sempre grandissima ma stavolta sono ancora più gasato nel portarlo in scena. E il successo che stiamo avendo ancora prima di essere andati in scena non può che rendermi ancora più felice!

Stacchiamoci dallo spettacolo. Cosa consiglieresti a un giovane che volesse intraprendere la carriere di scrittore, drammaturgo e regista?
In Italia se scegli di intraprendere una carriera di questo tipo sai che sarà una vita di precarietà. Il mio consiglio è di iniziare sì con delle buone scuole in Italia (l’Sdm, per esempio, a cui sono legato perché molti della mia compagnia hanno studiato lì e ho dei feedback positivi), ma poi andare all’estero perché esiste un mondo completamente diverso là fuori. Frequentare stage, quando artisti o registi stranieri vengono in Italia (so che fanno anche dei casting per produzioni estere). Non bisogna aver paura, e cogliere queste occasioni: si impara davvero tanto. Purtroppo nel nostro Paese non sempre è possibile fare esperienze di valore.

Non sembri granché soddisfatto dello scenario italiano.
A teatro guardo di tutto, dalla piccolissima alla mega produzione. E sto notando che tra le grandi produzioni non è il talento dei ragazzi a mancare, ma il gusto dei produttori, orientato più al guadagno che alla qualità. Risparmiano su scenografie, costumi e quant’altro ai danni dello spettacolo. Il mio consiglio ai produttori è di realizzare meno produzioni, ma meglio, investendo per ognuna più soldi. Perché lo spettatore lo percepisce il valore dello spettacolo.

In ogni testo – teatrale e non – è racchiuso un nucleo fondamentale, una matrice, un messaggio. Un’impronta. Qual è quella di questo spettacolo, quello che vorresti passasse dalla tua regia, che magari potrebbe essere anche in opposizione con il film originale. Non ho voluto stravolgere il messaggio originale, né del film né del musical, perché è proprio ciò che mi ha fatto innamorare dell’opera. Ossia: credere in se stessi, accettarsi per ciò che si è acquisendo la consapevolezza del proprio valore. Capire che in ognuno di noi può nascondersi un leone ma il modo per tirarlo fuori è credere in se stessi. È anche una grande lezione di umiltà e di fiducia verso il prossimo.

Intervista di Francesco Montonati

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