Autismo, uscire dal labirinto con le ali dell’amore. ‘Dedalo e Icaro’ al Teatro Elfo Puccini

Attraverso l’utilizzo del mito, della metafora, il drammaturgo Tindaro Granata ci introduce nel mondo dell’autismo. Di una famiglia, suo malgrado, schiava di una condizione, prigioniera dell’autismo di cui il figlio soffre. Lui non si rende neanche conto della propria malattia, non reagisce alla vita e suo padre invece non accetta la situazione, vuole giustizia per suo figlio, vuole inculcargliela quella voglia di vivere, quella libertà di cui lui non conoscendole non avverte la necessità. Quelle ali, le ali di Icaro, costruite con cera e piume destinate a sciogliersi al sole a misura che il giovane vi si avvicinerà in volo.

La metafora è calzante, lo spettacolo costruito bene (Dedalo e Icaro, in scena al teatro Elfo Puccini, dal 15 gennaio al 3 febbraio). Toccante, a volte, immersivo per lo più, riesce a strappare anche qualche risata che in un tema così delicato permette allo spettatore di recepirlo, assimilarlo, senza troppo infierire. Molti i contrasti in questo testo di Tindaro Granata; il candore del ragazzo (Giacomo Ferraù) e il cinismo con cui il fratello maggiore Libero (Libero Stelluti) si ribella alla cattività indotta (sorprende se stesso a sperare nella morte di Giacomo malato), la madre (Giulia Viana), che persa in un incubo troppo più grande di lei, scappa abbandonando la famiglia, e infine il sentimento di un padre (Vincenzo Giordano) che con modalità opposta a quella di suo figlio Libero, si oppone al disturbo di Giacomo per mezzo dell’unico sentimento che riesce a provare per lui: amore. Prova a volare, è il senso dello spettacolo, vieni, si fa così. Posso insegnartelo ma poi lo dovrai fare tu, non ci sarò per sempre, dovrai cavartela da solo. Vestirti e andare a fare la spesa, per soddisfare lo stomaco. E a prostitute, la carne.

L’assetto scenico è semplice, immediato, la narrazione non lineare spezza lo spettacolo in momenti distinti, che si dipanano continui. Episodi della vita del ragazzo (e della famiglia) che si rincorrono – talvolta urtandosi – lungo la sua esistenza.

Lo spettacolo è stimolante, capace di coinvolgere toccando con delicatezza un tema di scottante vicinanza eppure mai fino in fondo conosciuto.

Qualcosa è migliorabile, come l’interazione fra gli attori o l’utilizzo di personaggi secondari meno ‘comici’, che risultano macchiette e spostano un po’ fuori asse il gusto narrativo dell’allestimento. Lo spettacolo incede in maniera realistica e toccante alternando spaccati di realtà tradotti in linguaggio scenico a episodi buffi, i quali, se da una parte allargano e facilitano la possibilità di fruizione del testo da parte dello spettatore, forse lo tradiscono sotto un altro verso. Non che non si possa toccare un tema tanto spinoso con un pizzico di ironia, solo sarebbe stato più convincente (e più efficace) se la cifra stilistica si fosse mantenuta sui solidi binari del realismo con cui, a nostro avviso, sono trattate le parti dello spettacolo che rimangono di più impresse.

 

Francesco Montonati

 

Dedalo e Icaro

uno spettacolo Eco di fondo

drammaturgia di Tindaro Granata

regia Giacomo Ferraù e Francesco Frongia

con Giacomo Ferraù, Giulia Viana, Libero Stelluti, Vincenzo Giordano

luci Giuliano Almerighi

produzione Teatro dell’Elfo ed Eco di fondo

con il sostegno del MiBAC e di SIAE, nell’ambito dell’iniziativa “Sillumina – Copia privata per i giovani, per la cultura”.

 

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