Di trap e periferie: Rey Rouge, “storia vera di un ragazzo vero”. L’intervista

Diretto, esplicito, vero. Rey Rouge è, tra chi ha scelto gli stilemi della trap per raccontare se stessi e il mondo che abitano e vivono, uno che ha davvero una storia da offrire, che poi è la sua di storia. Quella di un ragazzo, oggi 24enne, nato a cresciuto nella periferia sud-est di Milano, che ha vissuto sulla propria pelle la durezza di una vita al limite, lungo il crinale (e oltre, a volte) di ciò che è lecito fare e ciò che non lo è. Un passato turbolento che oggi fa da sfondo alla sua musica – di recente ha pubblicato i video di “7 vite” e “Intercettazioni” – e che indica qual è la strada da battere da qui in avanti.


Due singoli come “7 vite” e “Intercettazioni” e un Ep in arrivo. Chi è oggi Rey Rouge e a che punto del suo percorso di crescita musicale si vede?

Oggi sono lo stesso ragazzo che descrivo in “7 vite” e “Intercettazioni”, due singoli con un significato diverso. “7 vite” è lo sfogo di un ragazzo che ha rischiato più volte di morire, come ho già ho detto in altri brani usciti prima. Lo sfogo consiste nel far capire a tanti che mi hanno buttato merda addosso, facendo girare storie false su di me, che io sono ancora qua a metterci la  faccia con le mie canzoni. E sono lo stesso ragazzo di “Intercettazioni” perché vivo ancora nella mia zona, dove la realtà di spaccio, arresti e tossicodipendenza fa parte della nostra vita quotidiana (ho tanti amici in galera e in situazioni analoghe alla mia). Io oggi posso dire di essere un ragazzo che ha fatto tante esperienze negative e cerco di usarle al meglio, cercando di aprirmi nuovi orizzonti in future esperienze positive.

L’Ep uscirà su RGD, l’etichetta che lei ha fondato. Che tipo di lavoro ha intenzione di fare da questo punto di vista? Pubblicherà solo materiale suo o anche di altri artisti?

L’etichetta è stata fondata per tutti quei ragazzi che vogliono ascoltare un pensiero diverso, reale e diretto, senza censure, andando, forse, anche controcorrente, volendo spezzare quel meccanismo per cui riesci a uscire solo se sei amico di tizio e caio. L’etichetta è stata fondata per chi vuole dare una voce a questo messaggio.

La sua è “storia vera di un ragazzo vero”. Quanto conta essere real, raccontare cioè cose vissute sulla propria pelle?

Per me essere real conta tantissimo perché anche per narrare determinate cose ci devi essere stato dentro. In qualche modo questo vuole essere un messaggio per le tante persone che fanno finta. Si può anche fare trap, come fa molta gente, parlando di quanto si è contenti o spensierati e questo ci sta perché rispecchia la realtà o un sentimento di chi la fa.

Ci racconta qualcosa di lei, al di là della musica? Com’è crescere in un quartiere difficile come il suo? Che zona è quella di piazzale Cuoco e perché è così complicata?

È una zona urbana, con i suoi pregi e difetti. Ci trovi dal disgraziato al disoccupato, dall’impiegato al laureato… È un bel mix di ceti sociali e di culture. Però questo crea situazioni di pregiudizi, false amicizie e, molte volte, nasce rabbia e si crea quella situazione di ghetto che genera una divisione del collettivo in gruppi. Un po’ come succede in tutte le periferie, questa è una realtà creata dalle istituzioni e da tutte quelle persone che la accettano anche se non direttamente, con il loro subconscio… Perché non trovi nessuno che si organizza realmente per cambiare la società, perché alla fine a tutti va bene così.

Quando invece la musica è entrata nella sua vita? E perché la trap? Chi erano i suoi riferimenti musicali?

L’hip hop, in generale, mi ha preso già da ragazzino, però pensavo di non avere niente da dire, poi non conoscevo nessuno che avesse uno studio di registrazione eccetera. Poi, all’età di 21 anni, ho conosciuto un ragazzo che produceva e, tra una cosa e l’altra, e dopo tante esperienze negative – come ho detto prima -, mi sono sentito di fare musica. Oggi sono un ragazzo che non si fissa su determinati generi: a me piace la musica in generale, se fatta bene, quindi non ho un prototipo di artista da seguire in particolare, anche perché stimo e apprezzo il lavoro di tantissimi artisti dei giorni d’oggi e non, sia internazionali sia nazionali. Io con la mia musica cerco di essere me stesso!

Qual è secondo lei il meccanismo per cui i ragazzi cresciuti per strada non riescono a trovare alternative allo spaccio e altre “storie”? Per la “mancanza di agi”, di cultura o di sogni grandi che non siano appunto alzare soldi e sopravvivere nell’immediato? In “Ragazzi disastrati” canta di “primi passi verso sogni già blindati”. Non c’è via di scampo o si può lavorare a un cambiamento?

Penso perché abbiano grandi sogni e poche realtà per concretizzarli. È anche da questo pensiero che sono arrivato alla frase “verso sogni già blindati”, anche perché quando uno fa determinate cose in una maniera o nell’altra sa che poi qualcosa prima o poi non va nella vita… Poi è un attimo fare la scelta sbagliata facendosi prendere soprattutto quando si è particolarmente giovani, quando vedi il futuro lontano lontano e quindi non pensi al poi e ti fai prendere dall’ambizione e magari anche da falsi miti. Poi uno col passare degli anni si abitua a vivere in determinate maniere e più passa il tempo e più è difficile uscirne, perché poi arrivi a un certo punto in cui ormai hai creato la tua identità. Sì, ne puoi uscire, ma è veramente difficile se sei da solo.

Ha avuto problemi a causa dello spaccio di stupefacenti e ora è sotto affidamento. Però nella sua musica il tema è affrontato un po’ col cliché della trap, che gioca con l’immaginario della periferia, della droga, dei soldi… Come considera la sua scrittura? Un modo per redimersi? Per liberarsi dal passato? Per denunciare la realtà?

La mia scrittura è un po’ tutto, nel senso che in certi brani è uno sfogo, in altri invece racconto ciò che ho vissuto o visto. Dipende un po’ da come mi prende e come sto. Penso sia lo stesso per tanti altri artisti.

Come ha cambiato la sua prospettiva l’arrivo di un figlio? Ha cambiato anche il suo modo di fare musica?

Un figlio mi ha dato modo di riflettere… Se prima pensavo ai pro e ai contro, adesso lo faccio molto più di prima. Però non ha cambiato il mio modo di scrivere, perché quello che c’è nelle canzoni è e sarà sempre il suo papà.

Come lavora ai suoi pezzi? Qual è la sua squadra di lavoro?

Rifletto molto quando devo fare una canzone, non lascio nulla al caso, guardo e riguardo tutto, mi appoggio a vari studi e vari beatmaker e videomaker che ho conosciuto. Poi ho il mio team “Rg:D”, dei ragazzi che mi aiutano a realizzare i progetti sia economicamente sia supportandomi mentalmente.

Cosa si aspetta da questo Ep e cosa sogna oggi Rey Rouge? 

Di spaccare!

Marco Castrovinci

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