Lello Arena, scatenato Saverio in ‘Parenti Serpenti’ al Teatro Carcano

Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo. Senza scomodare Tolstoj possiamo affermare senza tema di smentita che le famiglie hanno qualcosa che le accomuna. Le festività svelano spesso quel qualcosa.

Il Natale è l’appuntamento religioso ­– se non sentito – più atteso dell’anno; momento che diventa, per alcune famiglie, l’unica occasione per ritrovare i propri cari (o meno che siano). Occasione di incontro, quindi, di confronto, di aggiornamento e di pettegolezzo. Un ritrovarsi in un clima di gaudio che spesso è solo apparenza: è piuttosto dovere, imposizione, abitudine istituzionale, regola, scadenza da scontare, come le bollette a fine mese.

È in questo contesto, tra grandi abbuffate e messe notturne, che per la famiglia di Saverio (Lello Arena) arriva la grande notizia. Gli anziani genitori, ormai insicuri a vivere la propria vita nel paesino, isolati e lontani dai propri figli, chiedono loro ospitalità (e dimora), e a decidere chi dovrà farsene carico saranno proprio i figli. Da quell’annuncio si sviluppano una serie di situazioni esilaranti e spietate, basate su dinamiche familiari velate di ipocrisia e segreti e pensieri repressi da anni.

I momenti di allegria non mancano: da fuori, risate tinte di scuro, velate di amaro. Delle situazioni che succedono a tutti, prima o poi. Si ride di quelle circostanze nelle quali molto spesso a ognuno di noi capita di ritrovarsi e che, viste da fuori e protetti dalla distanza, fanno sorridere: di noi stessi e delle dinamiche che così tanto ci accomunano al resto della gente.

Ma chi si aspettasse da questo Parenti Serpenti (in scena al Teatro Carcano dal 9 al 19 maggio 2019) una riproposizione dal celebre film omonimo di Mario Monicelli si troverebbe disorientato: in teatro la commedia (per la regia di Luciano Melchionna) cambia i connotati.
È attualizzata: spuntano i telefonini, i selfie, e cambiano i temi di attualità di cui i personaggi discutono. Cambiano linguaggio e tempi.
La scenografia (Roberto Crea) girevole e simbolica, giocata sui toni castani del legno delle baite di montagna, dona alla rappresentazione quel tanto di casereccio da una parte e di surreale dall’altra, in grado di immergere lo spettatore nella vicenda fino a farlo diventare parte integrante della stessa, quando è in platea che lo spettacolo si sposta. Il bravo Lello Arena tiene banco con il suo Saverio insieme a Trieste (Giorgia Trasselli), coadiuvato da un gruppo di attori capaci che si rivolgono direttamente al pubblico a volte dribblandolo per andare a interagire con un altro attore che si sposta per la sala.

Forse il linguaggio teatrale rispetto a quello cinematografico meno si presta alla messa in scena di una commedia del genere, al cinema giocata e sostenuta da un ritmo più concitato e variegato, e da toni meno accesi e forse più credibili. O forse è solo un altro tipo di rappresentazione – sempre godibile – che, abituati al fim, non ci aspetteremmo.
E forse il Natale è solo questo, ormai: un punto di aggregazione familiare atteso come condanna e dovere, non amato fino in fondo e men che meno sentito. Forse, però, è davvero l’unico momento per certe famiglie di stare unite. E allora poco importa come.

Francesco Montonati

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