Romina Mondello, convincente Medea al Teatro Menotti

Guance rigate da lacrime scure, occhi sbarrati sulla sofferenza di una vendetta atroce e ineluttabile, veli morbidi e candidi a mitigare in parte le forme scolpite di una tragedia immortale.

Nella regia di Emilio Russo (Medea, al Teatro Ciro Menotti dal 17 al 27 ottobre 2019) la narrazione inizia in media res (si perdonerà la locuzione latina, anche se è di Grecia che si sta parlando): il coro racconta l’antefatto e Medea ha già deciso il suo drammatico proposito.
Il marito Giasone (Alessandro Averone) cerca di spiegarle che la sua decisione di maritarsi con Glauce, la figlia del re di Corinto Coerte, non è maturata per mancanza di amore nei suoi confronti ma al fine di regalare una solidità economica ai loro due figli. Medea non la prende bene, almeno all’inizio. Si inalbera, lo insulta, si dispera. Poi abbozza, dice che ha sbagliato, che adesso ha capito: ha ragione lui, la sua decisione serve a preservare il futuro dei loro figli. Quelli che lei ha deciso di fare a pezzi, non prima di aver ucciso anche la futura moglie di Giasone e suo padre Creonte.

Il palcoscenico è un orizzonte bianco contro il nero del fondo da cui compare di tanto in tanto l’intuizione della facciata del palazzo di Creonte, un luogo tra terra e mare.Ed è uno spettacolo ricco e pregno, come lo sono i personaggi che lo animano, a cominciare ovviamente dalla Medea interpretata da Romina Mondello. Come iceberg emergono una barca e pochi altri elementi scenografici, una restituzione scenica minimalista ed efficace. Ogni segno è inciso e profondo come un taglio su una tela. E gli stessi personaggi lo sono. La recitazione e la resa degli stessi si assesta su una cifra tratteggiata dal distacco lirico e solenne che si adopera con gli oggetti mitologici. Figure che si muovono sospese e ieratiche, umanità nei gesti e nelle voci di questi personaggi sarebbe sbagliato cercarne, anche se i sentimenti che li animano, questi sì sono umanissimi. La gelosia di Medea, lo è. Lo strazio di Giasone per la perdita dei figli e della vita che si era immaginato lo è, la sua rabbia verso Medea.

E forse il momento più intenso è proprio quando questa ondata di rabbia, frustrazione e disperazione si scaglia contro l’indifferenza di Medea, che con voce lontanissima dagli eventi e dalla Terra Umana gli spiega l’ineluttabilità della sua vendetta, finché Giasone avvizzisce inginocchiato al buio e la luce del Sole cosparge la figura vittoriosa di Medea e le illumina la rotta verso Atene.

Medea è esule dalla propria terra, vive male questa condizione e lo evidenzia nel suo discorso alle donne di Corinto, nel quale risiede forse il più grande contatto del testo con l’attualità, quello degli sbarchi, degli episodi di razzismo e di esclusione sociale. Quello dell’emarginazione e della persecuzione xenofoba.

Erano gente riservata, e invece si sono acquisiti la brutta nomea di persone insensibili. Ma non si può giudicare in modo obiettivo quando ci si sofferma all’apparenza: bisogna conoscere l’animo di una persona a fondo e non odiarla a prima vista, senza che ci abbia inflitto alcun torto. Certo, uno straniero deve adattarsi agli usi del paese che lo ospita, ma non lodo davvero un nativo arrogante che si renda antipatico ai suoi concittadini perché è un incivile.

Quanto sono vere queste parole? Quanto attuali rimangono?

La riuscita della Medea di Russo sta nella sua resa globale. Ogni cosa al suo posto, con precisione ed efficacia, un’opera che a guardarla nella sua interezza colpisce al cuore, smuove dentro e commuove. Poi, a sipario chiuso, possiamo fermarci sul  singolo elemento. Come il disegno luci, caravaggesco nella sua intensa descrizione del personaggio che spicca contro il buio sfondo in un contrasto poderoso e netto, che aggiunge solennità alla scena. O la riuscitissima scelta delle musiche di Andrea Salvadori (Premio Ubu 2018). Colpisce non solo la bellezza ma anche la resa della stessa allo spettacolo. La dolcezza della chitarra che, riverberata, si muove su tonalità maggiori o minori nella progressione di una stessa scala, il supporto ovattato ma solido e imponente del rullo del timpano. A colpire è anche l’assoluto adattarsi della musica alla scena, di cui è al servizio. Non invadente ma presente, sostiene e impreziosisce senza divenire protagonista, sempre restando sostegno essenziale. Geniale anche l’echeggiare di uno sgocciolio continuo, in sottofondo, a simboleggiare il tempo che passa ineluttabile, incurante di qualsiasi evento, e a rendere eterea la narrazione.

Uno spettacolo completo e appagante che soddisfa il desiderio di poetica nella contemporaneità, e che ci sentiamo di consigliare.

Francesco Montonati

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