‘Marjorie Prime’, cosa succede quando il defunto è rimpiazzato da un robot

Lo spettacolo si inserisce nel progetto del Teatro Franco Parenti ‘Dalla maschera al robot‘,  un viaggio multidisciplinare dedicato al tema dell’intelligenza artificiale e delle interazioni uomo-macchina che si propone, attraverso teatro, cinema e incontri con esperti, di stimolare la riflessione su cosa siamo, cosa saremo, dove andremo e soprattutto cosa vuol dire ‘essere umano’.Molti gli autori che si sono cimentati in opere aventi per fulcro questo tema, e Marjorie Prime di Jordan Harrison, proposto per il premio Pulitzer 2015,è una di queste.

Marjorie, una donna sull’ottantina, discorre tranquilla con suo marito Walter nel salotto di casa sua. Dietro di loro, una grande finestra si apre su una spiaggia incontaminata – lo sciabordio delle onde che rigenera e rilassa – e il marito le sorride, si fa spiegare le cose e gliene ricorda altre, in modo gentile, assistenziale. Solo che Marjorie (Ivana Monti) è l’unica cosa non artificiale in quel salotto. La finestra è uno schermo che trasmette un paesaggio a scelta, e Walter (Francesco Sferrazza Papa), be’, lui è un robot dalle fattezze umane (di suo marito quando aveva trent’anni): è un Prime, una specie di replicante o terminator, ma molto più gentile.
I Prime sono dotati di intelligenza artificiale e ogni cosa che sanno qualche umano gliel’ha spiegata o raccontata prima. Non sono programmati, sono addestrati, istruiti, al fine di rappresentare al meglio il surrogato della persona mancata (il famoso caro estinto), assistenti per vecchi, infermi e compagnia per solitari.
Per Marjorie e Walter il ciclo dell’immagazzinamento dati è compiuto, e ha, in certo senso, ricominciato il giro. Marjorie, malata di Alzheimer, la mente ormai sgualcita, si basa sui ricordi che lei stessa aveva trasferito a suo tempo sul Prime e che lui di volta in volta le restituisce, per riacquistare temporaneamente, o almeno non perdere del tutto, la memoria.

Nell’arco dello spettacolo in quel salotto si susseguiranno generazioni di umani e robot, prima della resa finale dei primi ai secondi, e ogni volta si aprono processi, discussioni etiche e morali, che arricchiscono dinamiche familiari comuni.
E il robot si alimenta di nozioni umane, ognuna di esse influenzata dal punto di vista di chi la racconta, dal filtro con cui la ricorda e la significa. Così come un bambino che conosce il padre assente dai racconti della madre e attraverso questi si crea un’immagine di lui (filtrata e revisionata proprio dalla madre), il robot Prime ristabilisce e ricostruisce il passato dell’umano, restituendoglielo una volta che lo stesso l’abbia dimenticato.

Ha senso tutto ciò? Che l’artificiale ci conosca meglio di noi stessi? Fa pensare all’intelligenza di Google, che seguendo le nostre ricerche e annotando le nostre preferenze ci conosce ogni giorno di più, e ci conoscerà ancora quando la nostra memoria sarà invece compromessa. Oggi assistiamo al fenomeno quotidiano della profilazione degli utenti da parte delle compagnie, una profilazione massiccia e sempre più aggressiva; e se da un lato ci aiuta che il nostro smartphone o pc ci conosca e ci suggerisca cose che ci riguardano, a volte le situazioni si fanno pesanti. La giornalista del Washington post Gilian Brockell, per esempio, nel dicembre del 2018 ha scritto una durissima lettera aperta alle compagnie tecnologiche. Dopo aver perso il bambino che stava aspettando, denunciava nella lettera, le pubblicità su Google e sui vari social continuavano a proporle passeggini e vestitini; si augurava perciò che, essendo state tanto brave da accorgersi che aspettava un bambino, adesso si accorgessero che era morto e la smettessero con quelle pubblicità, che aggravavano il suo strazio.

Il dilemma etico è quanto mai animato e attuale, lo stesso dubbio che attanaglia l’autore che qui vuole segnalarlo ma non dargli una risposta.
Bravi e coesi gli attori, aiutano a immergere lo spettatore in una realtà familiare inusuale e futuristica, che pur conserva dinamiche non estranee al nostro vivere contemporaneo.
Francesco Montonati

Marjorie prime
(in scena dal 24 ottobre al 17 novembre 2019 al Teatro Franco Parenti)
di Jordan Harrison
regia: Raphael Tobia Vogel
con Ivana Monti, Elena Lietti, Pietro Micci, Francesco Sferrazza Papa
scene: Marco Cristini
luci: Paolo Casati
costumi: Sasha Nikolaeva
video: Cristina Crippa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.