Il mistero svelato di El Santo. Una storia (molto) vera

ELSANTO_2Mistero sì, mistero no, la storia di El Santo ha ufficialmente inizio con un disco vero, tangibile, uno di quegli album che ti fa piacere scoprire pian piano, senza fretta, ascolto dopo ascolto. Un po’ perché dentro a “Il topo che stava nel mio muro” puoi trovarci tracce di sentieri già conosciuti che fanno parte del dna di molti giovani trenntenni italiani, quell’impostazione rock autoriale diventata croce e delizia delle nuove band di casa nostra, un po’ perché suoni, colori, strumenti e ispirazioni contribuiscono a farne un quadro meno derivativo di quanto qualcuno ha scritto in giro sul web. Un disco vero, si è detto, registrato live in un paio di giorni alle Officine Meccaniche di Mauro Pagani, con la produzione artistica di Pasquale Defina. E di reale c’è l’urgenza comunicativa guidata dalle chitarre, schiacchiate nella loro ruvidità di suono, senza sovracarichi elettrici eccessivi né abbellimenti posticci. Vero perché, al di là dell’operazione virale che i ragazzi hanno voluto per giocare al lancio di El Santo (un video curioso che anche noi di PlayMilano abbiamo contribuito a diffondere), c’è la sostanza di una band che rivendica la propria esigenza a scrivere, raccontare, suonare. Insomma a esprimersi. Ne abbiamo parlato con Giorgio Scorza, la voce di El Santo, ex membro della Stasi come Lorenzo Borroni (batteria) e Daniele Mantegazza (chitarre).

La prima settimana di giugno è uscito il disco che segna, seppur sotto un altro nome e seguendo direttrici ben differenti dal vostro passato, un ritorno sulle scene. Che disco è “Il topo che stava nel mio muro” e quali aspettative avete riposto su di esso?

Consideramdo il tipo di album che abbiamo pubblicato devo dire che non sentiamo di avere grandi aspettative sull’immediato, ma vorremmo che intraprendesse un certo tipo di cammino, per cui i risultati finiscono per legarsi l’uno all’altro. Avevamo l’urgenza di pubblicare, quello sì, perché avvertivamo come la sensazione che tutto ciò fosse irreale. Perché quando hai un disco pronto ti prende la sensazione che sia ancora tutto nella tua testa, e che sia solo lì. Quindi hai bisogno del riscontro dell’esterno per avere la dimostrazione, soprattutto nei confronti di te stesso, che non è un sogno né un’illusione, ma un dato concreto. Poi arrivano le prime recensioni e i primi, piccoli, risultati. Che so, un Rolling Stone che pubblica il nostro video o cose così. Ma per questo progetto ci siamo dati dei tempi abbastanza lunghi: la speranza è quella che a lunga scadenza ci sia un’affezione da parte del pubblico che ti permetta di suonare con più continuità, facilità e condizioni migliori. Questo è l’obiettivo.

Voi tre, oggi titolari della marca El Santo, venite da un’esperienza come La Stasi, che qualche riscontro negli anni passati l’ha pur guadagnato. Immagino che nel frattempo cambino anche le prospettive, il modo di affrontare anche emotivamente l’uscita di un disco proprio, con tutte le implicazioni del caso. Voglio dire, a trent’anni e oltre si ha una coscienza delle cose, del mercato, delle possibilità di sfondare che quando sei più giovane tendi a rimuovere in favore dell’ambizione o della sfrontatezza…

Sì, è un’interpretazione corretta. Anche se va detto che il percorso de La Stasi e delle altre esperienze che abbiamo avuto, alcune delle quali continuano parallelamente ancora oggi, si è esaurito non perché non abbia ricevuto sufficienti risultati o i riscontri che ci aspettavamo. Si è esaurito banalmente perché a un certo punto abbiamo avuto chiara la sensazione che fosse terminato un percorso, che era molto legato all’età giovanile, alla band che nasce da relazioni amicali e non come chiaro e semplice progetto musicale.

Quindi poi come avete reagito, quale molla è scattata per farvi tornare in una sala prove a imbastire un nuovo disco, con un nuovo progetto?

Finita quell’epoca della nostra vita, ci siamo accorti che certi presupposti non stavano più in piedi, a prescindere dalla proposta che portavamo avanti. Così ci siamo un po’ fermati, anche se non ci è mai mancata la voglia di fare, di dire qualcosa. Ed è nato El Santo, senza una direzione precisa, ma con l’intento di togliere orpelli e andare alla sostanza delle cose, di essere diretti, prima di tutto con noi stessi. Così è stato deciso: saremmo andati in sala prove e avremmo registrato tutto live in un paio di giorni. Il nome è arrivato dopo, quando abbiamo capito di avere un certo tipo di materiale in mano. Non c’era più nemmeno qualla voglia di rimettersi in gioco, ma più semplicemente il desiderio, l’urgenza di volerci esprimere.

ELSANTO_1Avete lavorato in studio con Pasquale Defina, uno che ha collaborato con Manuel Agnelli, Emidio Clementi, Steve Piccolo, Saturnino (giusto per citarne alcuni), e che immagino abbia dato un apporto al suono generale del disco, a quello delle chitarre, molto asciutte. Come vi siete trovati insieme, che dinamiche avete sviluppato in fase di realizzazione?

Pasquale Defina lo conoscevo come musicista, ma non personalente. È successo che a un Milano Film Festival ci siamo incontrati mentre io presentavo a una tavola rotonda un videoclip che avevo fatto per La Stasi, insieme ad altri miei lavori di animazione. Lui avrebbe suonato lì quella stessa sera. Ci siamo conosciuti così, fuori dal Teatro Strehler, e da quell’incontro ho subito avuto una buona sensazione. Gli dissi che avevamo intenzioni di fare un disco, ma non sapevamo nemmeno se come Stasi o sotto qualche altra forma. Volevamo semplicemente fare un altro disco. Non so come sia nato il tutto, probabilmente ci siamo intercettati.

In che modo? Su quale terreno comune vi siete incontrati?

Dico spesso che abbiamo due caratteri molti diversi e forse per questo ci siamo intesi molto bene. Mi piaceva il suo modo di essere libero da certi schematismi musicali, perché è uno che ha sperimentato, che si è appassionato ad ascolti che sono stati in parte anche miei. E mi piaceva soprattutto la sua capacità di puntare dritto alla sostanza delle cose. Ci siamo ritrovati in sala, noi con le nostre bozze di idee, lui con la sua chitarra. E tutto è successo così, in modo naturale. A volte il suo contributo, da produttore artistico e da membro aggiunto, è stato quello di non andare oltre in certi brani o di approfondire in altri. Ma il suono delle chitarre ce l’avevamo già, ce l’avevamo in testa da un po’, lontano dal mondo della Stasi, meno vellutato, meno morbido e ovattato rispetto a quell’esperienza.

Quali umori secondo te vengono fuori meglio dal disco di El Santo?

L’album è intriso di autoironia e sarcasmo, anche se poi emergono aspetti più cupi o persino rabbiosi. Ma quel tipo di approccio, per come magari si può sentire dall’attacco del pezzo che apre il disco (“Garage#5”), è stato un modo per dire cose importanti e profonde sul futuro, su ciò che ci aspetta, anche cavalcando luoghi comuni ma pur sempre con l’idea di avvertire tutto con quella sana distanza che può comunque risultare amara, distante, ironica. In altri casi i testi sono usciti più lirici e personali, a seconda della spontaneità e della direzione che volevamo per un certo brano.

C’è una cura particolare del suono, le chitarre ci sono e sono irruvidite. Da una parte ci sono rimandi ad atmosfere tipiche di quel tipo linguaggio che ha caratterizzato gli anni Novanta italiani (qualcuno in qualche recensione ha fatto i soliti nomi, a partire dagli Afterhours…), dall’altra ci sono soluzioni di scrittura più audaci, più aggiornate ai giorni nostri. È una doppia direzione che vi siete imoposti? O è arrivato tutto così, masticando subconscio e voglia di vivere il presente?

Al di là della spontaneità – questo va detto – una progettualità c’era eccome, anche se molto cerebrale, immaginifica. La cura del suono c’è, ma fondamentalemnte ci sono dei musicisti con i loro amplificatori degli anni Sessanta, con meno effetti possibili e la volontà di trovare un proprio suono, molto aderente a quello che avevano immaginato. Rispetto ai rimandi che sono stati mossi, devo dire che su questo ho la mia opinione da molto tempo, che non riguarda solo noi ma è più generale. Una sensazione autolimitante ma che magari sono il primo a mettere in pratica quando ascolto una band, ma è una tendenza un po’ provinciale che porta a pensare che se un band è rock ed è di Milano, allora assomiglia agli Afterhours, se ha derive elettroniche, allora assomiglia ai Subsonica, se è un po’ più raffinata e complessa, allora vuole fare i Marlene Kuntz… Abbiamo avuto l’ondata rock negli anni Novanta e così siamo sempre trascinati a doverci confrontare con quel tipo di situazione. Ma credo che non sia così.

Quali sono le vostre coordinate quindi?

Se dovessi citare le band o i musicisti che ci hanno ispirato, penserei magari ai Queens of The Stone Age, anche se non siamo così rock ma ne riprendiamo certe atmosfere desertiche, un po’ sexy. Penserei agli Eels o a Tom Waits che per noi è forse una vera fonte di ispirazione. A Nick Cave, a Neil Young. I nostri riferimenti, per dire, non sono Afterhours o Massimo Volume. Se un accostamento a questi numi tutelari del nostro rock ci deve essere, mi piacerebbe che fosse in senso accrescitivo, come a dire che El Santo è dentro un certo solco, ma non per derivazione. Questo mi farebbe piacere. Anche se molte recensioni che sono uscite mettevano più l’accento sull’aspetto più originale di questo progetto.

Avete registrato alle Officine Meccaniche di Mauro Pagani. Come ci siete arrivati e che esperienza è stata?

Beh, un’esperienza bellissima, Pasquale Defina era già stato lì per registrare un paio di dischi, credo. E aveva un ottimo rapporto personale con Antonio ‘Cuper’ Cupertino, che ha appoggiato operativamente il progetto nelle parti elettroniche e procurando qualche strumento che poi è stato effettivamente usato. Siamo partiti da un’ossatura, da una base, e i molti collaboratori che hanno partecipato al progetto sono stati in grado di portare qualcosa al nostro suono. Tutte le parti di piano, Fender Rhodes e wurlitzer sono state curate da Pancho Ragonesi che è venuto direttamente in studio. Anche lui ha fatto un primissimo ascolto dei pre-mix che avevamo fatto in sala prove, suonando live sul disco, in base all’ispirazione. Roberto Romano ha partecipato con sax, flauto, clarino e altri fiati, tutto in una giornata di session e registrazioe. Avevamo un suono perfetto per dare colore al disco e collaboratori per far fiorire il tutto, senza grandi arrangiamenti od orchestrazioni.

Avete promosso il progetto con un’operazione di marketing virale, un video promozionale ben congeniato e una trovata, quella delle maschere, che ha aggiunto un pizzico di mistero al tutto. Anche se poi, forse, ha un po’ confuso le acque. Qualcuno ha persino pensato che foste un gruppo mascherato…

Le testate hanno ricevuto in anticipo un video molto particolare, frutto di una mia idea (guarda il video qui) che è stata una mia idea. L’ho girato col telefonino personalmente o da altri, amici o amici di amici a cui ho affidato la realizzazione di questa idea. Quando ci siamo trovati a lavorare e abbiamo scelto il nome per la band, ci siamo ricordati del famoso lottatore di lucha libre messicano degli anni Sessanta, una star che non ha mai mostrato il viso, lui e il figlio. Ci piaceva tantissimo l’immagine del lottatore mascherato che combatte contro il male nei film degli anni Sessanta, essenziali come potevano essere certi film di serie b di casa nostra, anch’essi una buona fonte di ispirazione per noi. Epico ma anche molto ironico, la lucha libre è un po’ la versione looser, povera e disperata del wrestling. Ci siamo arrivati molto naturalmente. Il video viral e la session fotografica sono stati un gioco, abbiamo fatto molte foto senza maschera e solo alcune con la maschera. Inoltre all’interno del disco ci sono le nostre belle facce in primissimo piano, mentre nella piega della copertina c’è Lorenzo, il nostro batterista, con la maschera di El Santo. Il gioco era chiaro: c’è questo riferimento, ma il disco è nudo e crudo, il disco siamo noi. A volte però, come spettatori e come fruitori, subiamo delle forzature di marketing, mentre noi volevamo divertirci in maniera libera da ogni sovrapensiero. Invece si sono scatenate un sacco di voci sul fatto che avremmo potuto suonare mascherati. Ma chi l’aveva mai detto?

Intervista di Marco Castrovinci
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