Roberto Vecchioni: fuori dall’arena, dentro al ring. La mia fede è nell’umanesimo

VECCHIONI_2A chi lo conosce bene e negli anni ha imparato ad amare quella sua unica, invidiabile capacità di correre su un testo contando i giri alle parole manifestandone i significati più intimi e profondi, sembrerà un’iperbole un po’ avventata. Ma a settant’anni suonati Roberto Vecchioni – e lo affermiamo con animo fermo – si è regalato un disco tra i più eloquienti, polemici, illuminanti e potenti della sua lunga militanza nella canzone italiana. Canzone d’autore, s’intende, che su questo “Io non appartengo più”, il nuovo album che uscirà l’8 ottobre a sei anni dall’ultimo “Di rabbia e di stelle“, prende vigore, energia e sudore dal confronto di forze contrapposte, dalla ricerca di un equilibrio lirico tra «pessimismo sociale e ottimismo individuale», tra l’abbandono delle battaglie futili della vita e l’abbraccio verso l’«indistruttibile fede nell”umanesimo». Una doppia metafora che il maestro spiega per immagini, già in copertina: un ring in una sala vuota e un occhio di bue a illuminare la sua figura adagiata su una poltrona, assorta e felice tra i libri e «qualsiasi cosa possa avere valore eterno».

vecchioni cover
«Il simbolo è chiaro», esordisce Vecchioni, «ma è altrettanto chiaro il suo contrario». Qui non ci sono boxeur, non c’è fisico né lotta, ma la messinscena per nulla nichilista «di un grande momento di riflessione, in cui ci si guarda intorno e non si hanno riferimenti, dove pace, verità e giustizia sono sempre più utopie che speranze. Io stesso non ho riferimenti, non mi riconosco nel digitale, nel mondo moderno, sono un Chaplin marcito, fuori dal tempo». Ed è questa è la chiave d’accesso ai dodici pezzi di “Io non appartengo più”, fotografia squisitamente vecchioniana di uno «stallo, senza nessuna malinconia, in cui le beghe della politichetta italiana sono solo un centesimo» di ciò che parla.
«Non combatto», dice Vecchioni, «sto nella mia tranquillità e colgo la dolcezza e l’emozione delle cose della vita che mi sono sfuggite, tornando al mio amato umanesimo, nella speranza che contagi l’umanità». Tutto questo, Vecchioni lo racconta con poesia, e canzoni lavorate insieme a Lucio Fabbri, Massimo Germini e Roberto Gualdi, in un disco che trasuda violini e mandole, chitarre e bouzouki, trombe, percussioni e clarinetti.
«La canzone d’autore è un mezzo dignitosissimo e sono contento che a Stoccolma se ne siano accorti», sottolinea Vecchioni rimandando il discorso alla notizia di una sua nomination per il premio Nobel, vinto dalla scrittrice canadese Alice Munro, anche se poi puntualizza: «Non ho mai pensato di poter arrivare a vincere un Nobel, l’ho già vinto nella nomination, il punto più alto della mia carriera. Sono orgoglioso non per me, ma per la canzone d’autore italiana, fossero stati Guccini o De Gregori sarebbe stato uguale. Io l’ho saputo dal Corriere, come voi. Non so se è vero, ma io credo che lo sia. Purtroppo l’80% dei messaggi che ho ricevuto erano improperi, offese personali, che in parte mi hanno fatto anche male. Fosse successo in Francia o Inghilterra sarebbero scesi in piazza a festeggiare, e invece… Una volta che una cosa del genere capita all’Italia, perché non gioirne?»

VECCHIONI_1Marco Castrovinci

Articolo pubblicato su L’Unione Sarda di giovedì 10 ottobre

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