“Brooklyn”: Saorsie Ronan, la forza della normalità in un melò sul tema della migrazione oltreoceano

Una storia lineare e limpida come gli occhi  e il volto della sua interprete, la talentuosa irlandese Saorsie Ronan. “Brooklyn” di John Crowley  – nelle sale dal 17 marzo – è un film decisamente anomalo nel panorama cinematografico attuale, proprio perché fa della normalità della sua storia (sceneggiata nientemeno che da Nick Hornby da un racconto di Colm Toibin)  una sorta di calamita sullo spettatore. Racconta di traumi e difficoltà, di grandi scelte e di coraggio, ma le inserisce in quella che è una parabola della normalità. Una delle tante storie di migranti in America nella prima metà del XX secolo, declinata secondo il genere del melò, ma molto diversa – per capirci – da quella, più estrema, raccontata da James Gray in “C’era una volta a New York”, con Marion Cotillard protagonista.

La differenza, più che nelle protagoniste (entrambe ragazze “per bene” catapultate nel Nuovo Mondo e desiderose di rifarsi una vita ritagliandosi una piccola fetta di normalità della Grande Mela) risiede nell’ombrello che protegge la prima nel suo viaggio e nel suo cambio di vita, e nella solitudine e fragilità in cui si trova invece la seconda, destinata a finire nel gorgo dello sfruttamento. Per quanto possa apparire incredibile per un film contemporaneo occidentale, la Chiesa cattolica (in questo caso irlandese) – perché è questo l’ombrello di cui si parla – non svolge un ruolo negativo legato a crimini (pedofilia, corruzione) e/o ipocrisia, bensì appare per ciò che in questo specifico caso fu veramente: l’istituzione che funse da tessuto di connessione tra gli irlandesi in madrepatria e quelli emigrati in America. La protagonista Eilis Lacey (Ronan), una volta giunta a New York, trova in Padre  Flood (Jim Broadbent)   una figura protettiva e indispensabile per mantenere i contatti con la sorella e la madre rimaste in Irlanda, per trovare lavoro e avere addirittura una vita sociale grazie alla quale incontrare un giovane italiano, Tony Fiorello (Emory Cohen), col quale comincia una relazione. Poco a poco, Eilis si costruisce una vita a New York, affievolendo la divorante nostalgia di casa degli inizi. Ma, proprio quando le sembra di essere sul punto di diventare “americana”, un imprevisto la obbliga a tornare provvisoriamente in Irlanda: qui la vecchia madre cerca di trattenerla, proponendole silenziosamente l’ipotesi di cedere alle avance di un ottimo partito, il giovane Jim Farrell (Domhnall Gleeson). La ragazza è combattuta, si chiede quale sia la scelta giusta, pur sapendo dentro di sé che può essere solo una (e si vedrà perché).

In “Brooklyn” – storia piana, armonica e commovente allo stesso tempo – ogni personaggio, protagonista o sullo sfondo che sia, condivide un sistema di valori saldo come la roccia, qualcosa che a uno spettatore cinico (o, semplicemente, appassionato di parabole traumatiche ed estreme come unico paradigma per cogliere il senso della verità esistenziale)  potrà sembra troppo edificante, ma che al contrario è (era, senza dubbio, a quei tempi, gli anni Cinquanta) qualcosa di presente nelle aspirazioni e nelle convinzioni della gente comune. Quella della giovane Eilis è una storia comune di una ragazza comune. Una delle molte che attraversò l’oceano, da sola o con la propria famiglia, alla ricerca di una vita da chiamare realmente propria.

Ferruccio Gattuso

Brooklyn
Regia: John Crowley
Cast:  Saoirse Ronan, Jim Broadbent, Maeve McGrat
Distribuzione:  20th Century Fox
Uscita nelle sale:  17 marzo
Voto: 7,5/10

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